ELOGIO DELLA STRONCATURA
By Francesco Merlo | la Repubblica | 18 maggio 2012
(VELVET) Mi sono finalmente imbattuto in una bella stroncatura, appetitoso cibo dell’intelligenza, genere letterario pochissimo praticato nell’Italia delle recensioni-marchette. La stroncatura – non sembri un paradosso – è la più vibrante promozione di un autore perché analizzare e bocciare un libro significa ammettere implicitamente che è insidioso e pericoloso, insomma che è vivo e merita tempo ed attenzione, sia pure per essere smontato.
E dico subito che non entro nel merito ma sono affascinato dal metodo, elegante e spietato, con cui il politologo Corrado Malandrino, parlando di Rattazzi e Garibaldi (Atti del convegno di Alessandria, 2010) affronta e boccia le tesi sul Risorgimento dello storico Carlo Maria Banti (‘La nazione del Risorgimento’, Einaudi) avvertendo però che si tratta di uno studioso bravo, bravissimo, ma poi utilizzando il suo sapere e le sue tecniche per demolirlo senza pietà. E qui non è importante la ragione o il torto. Il punto è che, per un lettore, non c’è nulla di più ricco e più formativo delle stroncature reciproche. Del resto, non c’è libro che non sia stato scritto, più o meno apertamente, contro un altro libro.
La stroncatura è il motore della ricerca. Non c’è niente di meglio di una polemica culturale senza sconti e reticenze. Nel suo blog, alla voce ‘cattiveria’, Pietro Citati rievoca le stroncature che, alternandosi sulle pagine del ‘Giorno’ con Alberto Arbasino, dedicò a molti scrittori importanti: < Sanguineti in modo spaventoso…, poi Bacchelli, Pratolini, Tobino. Ci provavo gusto, perché da giovani essere cattivi è anche divertente: uno disegna la propria forma contro gli altri>.
Ho qui il Dictionnaire des injures littéraire di Pierre Chalmin (L’ Éditéur 2011). Ecco qualche stroncatura. Dalì di Aragon: <Così tanto arrivismo per arrivare a così poco>. Nabokov su Conrad: <Non sopporto lo stile da negozio di souvenir, le navi in bottiglia e le collane di conchiglie dei suoi cliché romantici>. Per Jules Renard, George Sand era <la vacca bretone della letteratura>. Céline di Françoise Sagan: <Un fenomeno pubblicitario! Una servetta degenerata>. Walter Benjamin di Baudelaire: <Riunisce in sé la povertà dello straccivendolo, il sarcasmo del mendicante e la disperazione del parassita>. Cartesio, quello del Cogito ergo sum, era <inutile e incerto> per Pascal e <un felice ciarlatano> per Voltaire. Aggiungo l’autostroncatura del Manzoni che, proprio mentre preparava l’edizione definitiva dei ‘Promessi sposi’, scrisse un saggio contro il romanzo storico, vale a dire contro ‘I Promessi sposi’,
Purtroppo oggi in Italia le recensioni sono (quasi) tutte ammiccamenti ruffiani, imbrogli concordati contro il lettore o il telespettatore. La verità è che la gran parte degli autori recensiti, sui giornali e in tv, ambiscono alla vergogna della marchetta, ma dovrebbero subire la sola, vera condanna capitale, quella del silenzio. La stroncatura infatti bisogna meritarla.
IL TRAMONTO D’ITALIA NEL TRAMONTO DI DEL PIERO
By Francesco Merlo | la Repubblica | 14 maggio 2012
Del Piero non lo sa, ma il suo tramonto è più della solita, abusata e potente metafora del calcio che si fa storia. La sua uscita di scena fa paura e fa piangere non di tifo ma di cuore, non di pancia ma di testa, perché parla di noi, del talento che ci sta sfuggendo sui mercati internazionali, dell’ Italia che solo un pugno di campioni stanchi tiene ancora in Europa. E la Juve, che lo ingrazia ma non lo trattiene e lo lascia partire per l’America, smentisce la propria storia di uomini ‘simbolo per sempre’: Sivori, Boniperti, Bettega, Platini, Zoff … La Juve che lo maltratta è l’Italia che maltratta se stessa: la Juve che lo licenzia è l’abolizione dell’articolo 18, l’espulsione degli esodati, l’inesorabilità anagrafica, il rigore senza cuore e senza crescita.
Oggi che come non mai abbiamo bisogno di eccellenze perdiamo la nostra eccellenza più amata, oltre lo stile Juventus, oltre il calcio, oltre lo sport. Esce il campione mai sporcato dai Moggi, quello mai coinvolto nelle truffe che gli vorticavano intorno, il virtuoso che mette la palla dentro e la lingua fuori, non il Totti che sputa e prende a calci l’avversario ma il cavaliere educato che sorride di se stesso e di imbarazzo, non strizza mai l’occhio al bullismo, non lucra sulla pubblicità del gioco d’azzardo. Del Piero è il compagno che sa star bene da solo pur facendo parte di una squadra. Esce dunque il vero modello ‘antischettino’, il capitano che non è codardo ma generoso, mai aggressivo e volgare né con i suoi ragazzi né con gli avversari.
Del Piero è sempre composto, sobrio e pulito come ieri è stata anche la commozione dello stadio, senza fumogeni, senza eccessi rabbiosi, nonostante in quella celebrazione ci fossero pure la vittoria dello scudetto e il record di un campionato senza una sconfitta. Insomma ieri ce n’era abbastanza per la baldoria, per le bombe carta, per il carnevale degli ultrà. C’è stata invece una festa d’addio e la vittoria è diventata malinconia, la gioia è stata triste. E’ vero che i tifosi hanno pianto anche a Milano dove il Milan ha mandato in pensione i suoi campioni, la vecchia guardia dei trionfi, i fratellini di Del Piero, Gattuso e Inzaghi, campioni del mondo, e Nesta, che è stato il simbolo del calciatore che si difende senza mai picchiare. Ma nelle lacrime di Milano c’era la maldestra perdita dello scudetto, il rimpianto per un campionato finito male. A Milano la squadra si piangeva addosso come sempre accade agli sconfitti.
A Torino no. La Juve coronava un trionfo dopo la più umiliante quaresima della sua storia. Ma nessuno ha pianto di felicità. Hanno invece pianto per il congedo dell’Italia di Del Piero, l’Italia della bellezza e della virtù. In quelle lacrime senza pudore e senza freno c’è infatti l’intuizione, il cattivo presagio, che assieme al campione internazionale che tramonta siano a rischio di tramonto l’intera Italia dei primati, il made in Italy, il genio italiano che è un modello estenuato e senza eredi.
Del Piero è l’ultimo eroe di una speciale antropologia nazionale, quella dei registi eleganti, come Rivera e Pirlo, quella dei fantasisti che trattano bene la palla per se stessi ma soprattutto forniscono assist e fanno cantare gli altri campioni, proprio come hanno fatto Lucio Dalla e Paolo Conte con Morandi , Celentano e mille altri. Del Piero era l’erede dei Corso e dei Baggio che danzano in campo e lavorano più di qualità che di quantità e dimostrano che le vie storte sono spesso le più diritte.
Con Del Piero sono a rischio d’uscita tutti i simboli d’eccellenza, del sapere e della produzione italiane: le grandi università, dalla Normale alla Bocconi al Politecnico di Torino; la moda che ha vestito il mondo, dagli Armani ai Versace ai Valentino; le auto che sono solo scatoline mentre Ferrari Lamborghini e Maserati, come Riva Mazzola e Facchetti, sono icone, vecchie glorie di un’Italia inarrivabile. L’Italia senza Del Piero è il ciclismo che i francesi ormai non si incazzano più , il cinema che è solo nostalgia di Fellini, Antonioni e Visconti, le navi che una volta si chiamavano Rex e ora si chiamano Concordia.
Ecco perché sono stati interminabili quei venti minuti d’addio. E’ stato un lunghissimo momento bello e genuino, un delirio che in fondo ci fa bene, un brivido collettivo che ha coinvolto non solo tutti i tifosi d’Italia, dalla Juve sino al Cesena, ma anche i non sportivi. Venti minuti d’applausi sono come un inno nazionale, sono un patriottismo timido, un bisogno di sentirsi insieme, una voglia di Stato, il desiderio frustrato di una bandiera da amare.
IN QUESTO SITO SOLITAMENTE NON ACCETTO IL TURPILOQUIO E GLI INSULTI. QUESTA VOLTA NON L’HO FATTO PERCHE’ MOSTRARLI E’ TRISTEMENTE PIU’ EFFICACE CHE CESTINARLI.
LA RIVOLTA FISCALE CONTRO LO STATO / ASSALTO ALLA BASTIGLIA DI EQUITALIA
By Francesco Merlo | la Repubblica | 12 maggio 2012
Il sussulto più inquietante e significativo è quello degli operai di Termini Imerese che, rimasti senza lavoro, non hanno occupato la Prefettura o la Regione, cioè i tradizionali simboli dello Stato in periferia, ma gli uffici delle tasse, cioè <il fortilizio dello Stato reale> come sta scritto in un loro volantino. E se non c’è ancora l’assalto ai forni o l’incendio dei municipi, sono almeno 270 i ‘fuochi’ di rivolta contro Equitalia. E Dio ci liberi dai presuntuosi dell’ingegneria sociale che, epigoni di Procuste, vi vedono solo evasori da reprimere. Ma Dio ci salvi anche dai catastrofisti che confondono lo sbracamento e il collasso con gli orgasmi rivoluzionari di Tony Negri e con il ‘travaglio’ populista di Beppe Grillo.
Una pulsione arcaica incendia l’Italia e diventa moderna. Nel gennaio scorso gli hacker rivoluzionari hanno bloccato il sito di Equitalia per 24 ore e lo scorso anno più di ventimila pastori sardi sono sfilati in corteo a Cagliari con lo slogan: <Chiudiamo Equitalia>. Pastori e hacker sono a prima vista mondi incompatibili, i nomadi dell’Italia sottosopra, i randagi della civiltà itinerante dei boschi alleati con gli errabondi della Rete: è il futuro antico teorizzato da Attali.
Nel mezzo c’è la protesta introversa dei suicidi insolventi – tre al giorno - e quella estroversa dei sindaci che, soprattutto nel Nord, vogliono disdire i contratti con l’agenzie delle entrate ed esigere direttamente le imposte con i propri uffici comunali.
Ma c’è pure il terrorismo classico, e infatti l’ennesimo pacco bomba, polvere pirica senza innesco, è arrivato ieri mattina alla direzione generale di Equitalia a Roma. Da più di due anni, bombe a basso potenziale esplodono davanti alle sue sedi in tutto il Paese, a Napoli e a Olbia, a Foggia e a Modena…, L’episodio più grave è ancora il pacco bomba che a Roma ferì al volto e a una mano Marco Cuccagna, direttore generale. Gli attentati sono quasi tutti rivendicati dalla ‘federazione anarchica informale’. E il nome Equitalia è apparso ieri anche nella rivendicazione dell’agguato ad Adinolfi, amministratore dell’Ansaldo nucleare. Equitalia è nella loro prosa quel che l’imperialismo delle multinazionali era nella prosa dei brigatisti, una banalità come scorciatoia del pensiero. La povertà di linguaggio di nuovo diventa piombo e nitroglicerina, e infatti ‘La ballata degli usurari di Stato’ è un inno alla guerra di classe cantato nei ‘fash mob’ organizzati dai ‘digitali creativi’, vecchi comizi con parole nuove, l’eversione in inglese pop d’avanguardia: <Non sono suicidi, sono assassini / Banchieri: sfruttatori e strozzini/ Draghi Befera e Monti / con noi indignados farete i conti>.
Come sempre accade nelle rivolte, cambia la maniera di esprimere la rabbia ma l’antagonista è sempre lo stesso: il fisco. E infatti non c’erano Marx e i Tupamaros ma Charles Bronson e Al Pacino nella testa di quel Martinelli che nel Bergamasco con un fucile a pompa e due pistole prese in ostaggio 15 persone, sparando in aria verso il soffitto come Tex Willer. Film americani e fumetti sono il paesaggio di una guerriglia privata. In casa di Martinelli, ora difeso dalla Lega, trovarono un vero arsenale, simile a quello di De Niro in Taxi Driver.
Eppure Equitalia ha corretto il passo dell’oca dei primi tempi, la tolleranza zero è stata abbandonata, si moltiplicano gli sportelli di consulenza, da ieri a Modena è in funzione il telefono amico per imprenditori in crisi, ed è stata introdotta la rateizzazione. Ma i metodi brutali, gli espropri, i pignoramenti e le ganasce fiscali hanno innescato malumori che ormai si diffondono come metastasi. Il centralino nazionale dell’associazione dei consumatori è preso d’assalto 24 ore al giorno. Don Ferdianando Mazzoleni, parroco di Villasanta in Brianza, ha lanciato un appello: <Non pagate le tasse.> E a Vico Equense, il paese dell’imprenditore che si è ammazzato nel parcheggio del santuario di Pomepi, il parroco e il sindaco guidano la rivolta che conquista le sacrestie, le pie donne, i vecchi sacerdoti.
C’è un’affinità con il brigantaggio più che con il far west. La solidarietà con il bandito non è solo compassione per i suicidi. C’è anche l’avidità, il sentimento di fare bottino, l’idea dello Stato ladro come lapsus rivelatore di un’Italia impoverita ma pur sempre truffaldina. Cosi è sbucata fuori la Lega nelle valli del nord, contro le bolle d’accompagnamento e le verifiche fiscali, con i roghi dei libri contabili e dei blocchetti di fatture, parodia della rivolta americana contro le tasse inglesi, rozza imitazione della nascita degli Stati Uniti.
E sono infatti un brivido i risultati della ricerca delle associazioni studentesche anticamorra diffusi ieri. Il 70 per cento degli studenti di Napoli, Casalnuovo e Giugliano considera l’esattore di Equitalia <più pericoloso> del capoclan. Siamo in zone miste e dunque non sarebbe giusto parlare di questi ragazzi come degli studenti di Gomorra, ma la loro idea che la violenza mafiosa è selettiva e mirata mentre quella dello Stato è generalizzata, la loro convinzione che da un mafioso puoi avere scampo mentre dal fisco non puoi salvarti, echeggia e riproduce l’invettiva palermitana di Grillo contro lo Stato che strangola mentre la mafia si limiterebbe a taglieggiare. E non si capisce se è Grillo che li ha anticipati o se sono loro che lo hanno copiato.
Certo, se anche gli studenti si mettono sul terreno della jacquerie siamo davvero a un passo sia dall’assalto ai forni sia dalla caccia alle streghe. E infatti ieri alle porte di Milano, nel centro della ricca Melegnano, due ispettori fiscali sono stati presi a calci e a pugni, dentro l’ufficio di un commercialista, da un imprenditore tartassato e moroso. E qui il paesaggio non è plebeo, qui la sociologia non è camorrista ma siamo, al contrario, nel cuore italiano dell’Europa tedesca.
E c’è una voglia di impadronirsi di Equitala nella pretesa di imporre agli uffici di Napoli la chiusura per lutto in solidarietà verso i suicidi. Alcuni mesi fa a Milano un trentina di giovani appartenenti al movimento ‘Corsari’ e alla ‘Rete San Precario’ fecero irruzione nella sede di Equitalia lanciando fumogeni e insultando dipendenti e funzionari: <Basta con lo strozzinaggio pubblico e con i profitti cumulati sulle spalle dei cittadini>. Analoghi assalti si sono ripetuti a Torino e in altre città. E in un’azienda agricola di Lonigo (Vicenza) un esattore è stato sequestrato e malmenato.
Sono i fotogrammi di un film sull’idea che l’Italia ha della politica fiscale. L’agenzia di Napoli, che non ha accettato l’imposizione del lutto risarcitorio, ieri mattina è stata assaltata come una piccola Bastiglia, come la casamatta della linea gotica della Merkel: botte, sassi, cassonetti in fiamme, feriti. Giustamente Befera ha paura che in questa rivolta ci finisca tutto: ciascuno oramai vi porta dentro i conti che deve regolare con il mondo, e la pancia dell’Italia può diventare la nuova risorsa dei populismi di destra e di sinistra in corto circuito: penzolano gli impiccati di Storace. Dopo quasi quattro secoli ritorna l’archetipo manzoniano degli untori. E gli esattori di Equitalia diventano i diffusori delle tasse e della povertà, della peste: <Pigliatelo, pigliatelo; che dev’essere uno di que’ birboni che vanno in giro a unger le porte de’ galantuomini… l’untore, dagli! dagli! Dagli all’untore! >.
