Solidali di ghigno e di grugno Battisti che fa la vittima e Salvini che fa il boia.

Sono solidali di ghigno e di grugno, Cesare  Battisti che si atteggia a vittima, e Matteo Salvini che si atteggia a boia. Solo loro due  sono convinti – poveracci – che sia stata arrestata la Sinistra, entrambi spacciatori della medesima allucinazione drogata:  la cattura non di un delinquente che premeva grilletti e svuotava caricatori come un qualsiasi altro assassino, ma di “un criminale comunista”, una specie di Stalin che organizzava rapine proletarie non a Baku ma a Milano, di un Che Guevara che sparava non ai soldati di Batista ma all’orafo Pierluigi Torreggiani e al commerciante di carni Lino Sabbadin.  Sembrano dunque scritturati dallo stesso regista, il Battisti che si racconta come il braccio militare di  un’Italia dove gli scrittori e gli artisti delegavano a lui e a quelli come lui la rivoluzione armata, e il Salvini che finge di credergli e dunque dice di averli finalmente presi tutti, anche “gli intellettuali complici”, come ripete. E “magari – ha aggiunto – si tratta di quegli stessi scrittori e artisti che ora sono contro di me”. Come quel… Claudio Baglioni, per esempio.

E si capisce subito che il delirio è lo stesso e che i due sono compari quando Battisti, alle 11. 35, scende da un piccolo ed elegante Falcon stipato di troppi poliziotti. Uno dopo l’altro escono dal portellone come una legione che sembra non finire mai. E’ sempre così che si prepara il colpo di teatro: rispettando il lungo ordine di apparizione prima del nome famoso, del mostro che diventerà protagonista. E intanto il coprotagonista Salvini, pur aspettandolo insieme al ministro della Giustizia Alfonso Bonafede in fondo all’invisibile  red carpet del delitto, pur essendo lì  per Battisti e solo per Battisti, dice: “Non voglio incontrare Battisti, altrimenti non so cosa gli farei a questo criminale comunista”. Ovviamente indossa il solito giubbotto della polizia, che ormai è una gag di avanspettacolo, e batte pure il palmo della mano destra sul distintivo come nei giuramenti d’onore. Così la giustizia italiana, che dalla libertà di Battisti venne umiliata, è ora con la sua cattura ridotta a parodia della guerra tra sceriffi e banditi e dunque è di nuovo umiliata.

Del resto anche Battisti,  quando in aereo ha saputo che ad aspettarlo c’erano ben due ministri, non solo non si è meravigliato, ma ha evocato “l’ accanimento punitivo dell’Italia che mi vuole far marcire in galera”. Poco prima Salvini aveva annunziato su Facebook: “Battisti  marcirà in galera”.

Pensate: non c’è nulla di meno italiano dell’accanimento punitivo e del concetto di marcire in galera.

E infatti attorno, poliziotti e fotografi, militari e giornalisti, autisti e chissà che altro, sono una piccola folla romana che durante la lunga attesa discute, come sempre,  di prescrizioni,  perdoni e  condoni: niente vendette infinite e niente “ora e sempre resistenza”, anche se niente riesce a scalfire l’antipatia per questo Battisti che spavaldamente  per 37 anni ha esibito la sua impunità come Salvini e Bonafade stanno ora stanno esibendo  la sua cattura. E c’è chi ricorda quando “si fece fotografare a brindare contro l’Italia” e chi invece, dice: “porello, fa pena, ha la faccia d’ uno che se deve fa’ – notate la sintesi comica e mirabile – trent’anni d’ergastolo”. Ma nessuno ha parole di vera pietà per l’assassino che mimava il ruggito del rivoluzionario in esilio, e nessuno prende sul serio il ministro che, in divisa paramilitare, imita il ruggito dell’America di Bush a Baghdad quando catturarono Saddam: “Ladies and Gentlemen: We got him”.

E invece a Battisti che avanza dritto, con il pizzetto rossastro da bombarolo e i capelli tinti di nero, i fotografi gridano “a terrori’ , vie’ qua, guardace”. Sarebbero spifferi di verità per Battisti se la sceneggiatura nera da presa di Fort Apache non lo rafforzasse nell’ illusione che non solo gli anni settanta non sono finiti, ma che nella galera di Oristano dove lo hanno destinato, lo faranno, chissà, commissario del popolo, o capo di qualche Brigata rossa antimperialista, perché insomma continua quella cosa che non era che un debut.

Anche la conferenza stampa organizzata sulla pista, con i soldati che portano fuori un tavolo di radica per mettervi sopra i microfoni, è  ‘la mossa’ per tirare ancora un applauso, un trucco, un imbonimento da vecchio capocomico che in teatro si chiama ‘carrettella’.  E infatti non solo sulla scena della pista, ma pure nel backstage, vale a dire nelle salette dell’aeroporto, tra Salvini e Bonafede è tutto un sorridersi di compiacimento e di soddisfazione per averlo lì, per avere l’orso nel sacco,e poterlo ricoprire di insulti, con una valanga di aggettivi, delinquente, vigliacco… sino appunto a criminale comunista. E’ una furia di parole che non ha nulla a che fare con la civiltà della giustizia e perciò è sicuramente piaciuta a Battisti, perché di nuovo somiglia al suo atteggiamento di sfida, ghigno contro ghigno, gli dà dignità di pantera invece di trattarlo da gatto castrato, lo conferma protagonista di un codice irreale, definitivamente gli fa credere d’ essere nelle mani non dei suoi giudici naturali ma dello Spielberg d’ Italia.

Sapete come si è svolta la conferenza stampa? Prima Salvini ha ringraziato Dio e la fortuna e il sole di Roma e tutte le forze dell’ordine e il presidente Bolsonaro, e poi di nuovo Bonafede ha ringraziato Dio e la fortuna e il sole di Roma e tutte le forze dell’ordine e il presidente Bolsonaro. E intanto il mozzo dello staff salviniano, Leonardo Foa, giovane figlio del neopresidente della Rai, filmava tutto con la smania del vecchio paparazzo, molto puntando il viso esotico di Battisti mentre scendeva: brrr, che brivido. Mancava solo l’ubriaco che srotolasse il vecchio wanted nel ‘saloon Ciampino’.

Poi alle 13, prima di infilarlo in un’auto della polizia e di portarlo via,  hanno costretto Battisti a una seconda passerella per i tg dell’ora di pranzo: non c’è successo senza bis. E, infine, tutti ci siamo trasferititi di corsa a Palazzo Chigi dove alla 14 nella saletta della presidenza del Consiglio, questa volta insieme a Giuseppe Conte che aveva diritto alla sua parte, è stato di nuovo celebrato, con una seconda conferenza stampa, il trionfo della civiltà gialloverde sulla barbarie, ancora definita comunista da Salvini.

L’idea forte è che Battisti sia stato preso perché il Paese è  cambiato, perché l’aria è diversa e perché il presidente Bolsonaro, che è di destra come questo governo italiano, ha i suoi stessi valori: insomma,proprio come pensa Battisti, i brasiliani fecero una cosa di sinistra quando lo misero fuori dal carcere e ora hanno fatto una cosa di destra organizzando il suo ritorno nel carcere italiano.

La verità è che la latitanza di Battisti non marchiava solo la memoria delle vittime ma anche la storia del nostro paese e della sinistra italiana,degli operai,  dei sindacalisti, dei poliziotti e del Partito comunista di allora che sconfissero il terrorismo, innanzitutto togliendoli quella maschera di difensori del popolo che adesso Salvini gli restituisce.

 

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