I DUE CRETINOCRATI IN GUERRA CONTRO LA FRANCIA

Più che alla testata di Zidane sul campo di calcio, la scena del bullo Di Battista che straccia in tv un fac simile di 5000 franchi africani, rimanda alla testata del mafioso di Ostia. Non è più infatti un fallo di reazione, uno dei tanti episodi di volgarità del governo italiano contro la Francia di Macron, “quel matto che beve Champagne” , quel “chiacchierone”, “ipocrita e cinico”, “ quel nuovo Napoleone” e persino (Beppe Grillo) “ quel vibratore con le pile scariche di Madame Brigitte”.

No, al di sopra del solito, ormai scontato verminaio di disprezzo e di insulti, qui c’è la politica estera ridotta a parodia. C’è, nel nuovo, grottesco ma drammatico attacco alla Francia, la “mossa” dell’oltraggio di Giulio Cesare, l’idea scema del “qui casca il gallo” vale a dire nel colonialismo settant’anni dopo la sua fine: qui casca il gallo che non capisce che la Tav “è una sciocchezza”, il gallo che “protegge” i terroristi latitanti”. Ormai inacidisce anche la simpatia della vecchia rivalità a colpi di stereotipi. E Giorgia Meloni, sempre più reginetta di Coattonia, grida in tv che Macron sfrutta i bambini africani per arricchirsi. “Ci vuole un incidente diplomatico” aveva detto Di Battista provocandolo.

Ecco, sempre in viaggio in Patagonia, Cile, Bolivia, Amazzonia, Ecuador, Colombia, Perù, Nicaragua, Guatemala e prossimamente in India, con l’idea cioè che la diplomazia sia “giro e vedo gente”  alla Nanni Moretti, questo Dibba, con l’elmetto del superministro degli Esteri e del filosofo antimperialista, domenica sera ha strappato la moneta affamatrice dell’Africa, lo sterco del demonio, con la stessa retorica della destra nel primo dopoguerra: le banche sanguisuga e i Rothschild che a Macron diedero lavoro, gli slogan sulla nefasta e distruttiva potenza del diavolo ricco nel mondo del sottosviluppo africano schiavizzato dal capitalismo francese. Manca solo il protocollo dei Savi di Sion e la prosa allucinata del Selvaggio, dello Strapaese, da Barilli a Maccari: “Parigi, superficie lucente ammantata di schiuma e di bave sanguigne”. A quel tempo se l’Inghilterra era la “perfida Albione” Parigi “era umida nebbia e atmosfera di tisi”, “la città dove la fatica diventa veleno e il veleno odio”.  E se “Dio stramaledica gli inglesi” era sfida virile c’era invece disprezzo per l’estenuata Parigi: “Qui si succhiano gli ossicini degli uccelletti marci, si cavano ingordamente le lumache dal guscio e si finisce la cena con del formaggio fetido.  E allora si capisce come questa popolazione non sia prolifica, si capisce l’isteria, le crisi politiche, la ferocia e le anomalie di questa razza raffinata e cagionevole”.

Ecco, ieri bastava fare un giro sui social del mondo grillino per ritrovare i francesi “uterini e cattivi”, Macron “femminiello” oltre che “vomitevole”,  “una marionetta al servizio della peggiore feccia umana: massoni, affaristi, banchieri, speculatori finanziari”.

E mentre Di Battista attacca le colonie africane, il piccolo Masaniello Luigino Di Maio, che è vicepresidente del Consiglio oltre che capopartito, incendia la campagna francese. Il primo vuole  liberare  il continente nero dal giogo della moneta di Parigi e l’altro si offre come una Marianna di sostegno alla violenza redentrice dei gilet gialli: pugni ai poliziotti e ruspe contro la porta del ministero.

E così questa guerra fredda italo francese è diventata orami un grottesco altro mondo di eccentrica e serissima mistificazione. Non è infatti vero che gli emigrati scappano dalla moneta unica africana stampata in Francia e collegata all’euro, che vale 655,957 franchi Cfa.  Su un totale di 23 mila migranti nel 2018  solo duemila sono arrivati dai paesi che adottano una moneta  che, secondo molti economisti, garantisce la stabilità, e di sicuro non è un’imposizione .

Invece “è una manetta “ ha scandito il tupamaro Di Battista. La cretinocrazia è infatti il vaffa che ha conquistato il potere , e Di Battista e Di Maio sono esperti  nella declamazione indignata dei luoghi comuni di tutti gli estremismi, di destra e di sinistra, degli ultimi 40 anni. Così l’Africa che, dal carburante ai minerali, fa affari con la Cina, torna quella della Battaglia di Algeri e dell’Oas, e Dibba si atteggia al Sartre del film di Gillo Pontecorvo. E la Francia, che in Europa ha pagato il più alto prezzo di sangue all’estremismo, è descritta come un gorgo, un maëlstrom di schifezze imperialiste, dal giovanotto che si permise la mascalzonata di dire, quando i cadaveri erano ancora caldi: “Mi domando per quale razza di motivo si prova orrore per il terrorismo islamico e non per i colpi di stato della Cia”. E aggiunse che al posto dei terroristi dell’Isis ” io avrei una sola strada per difendermi a parte le tecniche non violente che sono le migliori: caricarmi di esplosivo e farmi saltare in aria in una metropolitana”.

Il vaffa alla Francia capovolge anche l’ ovvietà, perché trasforma le cose nel loro contrario: “Se non ci occupiamo delle cause si è nemici dell’Africa. Se non affrontiamo il tema della sovranità monetaria in Africa non ne usciamo”. E allora? “Manderemo gli immigrati a Marsiglia”.  E ovviamente, annuncia Di Maio, spezzeremo le reni alla Francia: “L’Italia si deve far sentire: nelle prossime settimane ci sarà un’iniziativa del M5S per sanzionare quei paesi che non decolonizzano l’Africa, perché quello che sta succedendo nel Mediterraneo è frutto delle azioni di alcuni paesi che poi ci fanno pure la morale”. E così il Mediterraneo è di nuovo storpiato insieme alle democrazie plutocratiche che Di Battista ha denunziato come decadenti: “La democrazia rappresentativa è già in crisi – ha detto mentre sullo schermo passava l’immagine di Casaleggio -, un giorno la vedremo come qualcosa di obsoleto, come ora la monarchia assoluta”.

Inutile chiedersi che fine abbia fatto il nostro ministro degli Esteri, oscurato dalle prepotenze di Di Maio e Di Battista. E’ un ignavo Pilato con il doppio cognome aragonese: Enzo Moavero Milanesi. Lui sa che neppure nel ‘38 si era arrivati a tanto, quando Bartali, “il naso triste come una salita, la faccia allegra da italiano in gita”, si aggiudicò il Tour; e quando gli azzurri proprio a Parigi vinsero per la seconda volta consecutiva il campionato del mondo di calcio, con lo scudo sabuado e il fascio littorio sul petto.

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