LA BRUTTA ITALIA SI SPECCHIA IN SANREMO / Papaleo-Monti, Bersani-Morandi, Celentano-Grillo, le donne, Berlusconi, il pubblico…

  Rocco Papaleo somiglia davvero a Mario Monti e non soltanto perché trae la sua forza dalla debolezza di tutti gli altri ed esibisce una sicura tecnicalità di teatrante in mezzo a gente che non sa fare il suo mestiere e forse ormai nessun mestiere. Così, nel gioco degli specchi tra Festival e Paese, Gianni Morandi è Pier Luigi Bersani e non soltanto perché entrambi si giovanilizzano tingendosi i capelli, conservano la simpatia del comunismo emiliano che li ha formati, e un tempo sono stati molto bravi,  cantante e ministro, mentre oggi  sono tristemente inabili al ruolo di conduttore.

     Sanremo è l’Italia che ha sostituito la canzone al romanzo di formazione e celebra Battisti, Modugno e Nilla Pizzi più di Manzoni Calvino e Sciascia. Ma quello del teatro Ariston è il peggiore pubblico del Paese, un concentrato di semi vip con il biglietto omaggio che non applaude chi sale sul palco ma direttamente il palco, la scena sempre e comunque: il palcoscenico di Sanremo per loro è il carro del vincitore.  Papaleo-Monti, in un breve e raro momento di grande spettacolo, giovedì sera li ha costretti a fare le foche ballerine. Ebbene, in quella sformata  danza collettiva c’era l’Italia finalmente obbligata a pagare le tasse: <vergognatevi e liberatevi> diceva Papaleo e sembrava Monti  che vuole – così ha detto – <rieducare gli italiani>. E anche Morandi fa la foca e balla e si capisce che non è l’età a renderlo fuori posto, ma semmai è l’età che rende patetico il suo stare fuori posto.

     Ma provate a chiudere gli occhi e immaginate Bersani sul palco di Sanremo che fa le sue battute tipo <non stiamo mica qui a rompere le noci a Cip e Ciop> oppure <siamo mica qui a cambiare gli infissi al Colosseo>. E poi immaginate invece Morandi  al posto di Bersani, magari in quella foto che il segretario si fece scattare ad un tavolo di Campo dei Fiori dove l’unica cosa vitale era uno spumeggiante boccale di birra in primo piano. Morandi e Bersani hanno in comune l’aria da  ‘postvitelloni’ dei piccoli paesi dove sono nati, provincia di Bologna e provincia di Piacenza, in due modeste famiglie di artigiani. Entrambi si sono fatte le ossa nei festival dell’Unità, agitano manone che sembrano bistecche crude, hanno il passo impacciato e inadeguato alla leadership del Paese  e del festival,  alla guida di quelle foche che Monti- Papaleo vorrebbe rieducare.

    Si dimostrano infatti arretrate, le foche ballerine, rispetto ai codici della vita civile,  mentre con una manina fanno  un cenno d’intesa alla partitocrazia,che al festival si chiama Mazzi e Mazza,  e con l’altra all’antipolitica, che al festival è Celentano, e nel paese è invece la bile nera di Grillo e di  Di Pietro. Nel festival-paese Celentano-Grillo è la demagogia che per galleggiare nel malumore  deve spararla sempre più grossa. E’ vero che in molti,  pur di sentire cantare Ventiquattromila baci o Azzurro, siamo stati per anni disposti a ‘buffoniarlo e a fargli credere di essere davvero una somma di Yves Montand e del professore Sartori. E’ colpa nostra se adesso Celentano prende drammaticamente sul serio la propria scienza etica.

   Ma è così anche per il populismo che si nutre della rabbia dell’Italia insoddisfatta. I precetti etici di Celentano e gli  sberleffi di Grillo, le parolacce del comico e le stupidaggini filosofiche del cantante,  gli insulti di Adriano e le insistenti minacce di ricorrere alla piazza di Di Pietro sono coriandoli, carnevalate ma sono anche gli spasmi plebei di un paese stremato.

   E nella brutta figura del grande Lucio Dalla (chi glielo ha fatto fare?) c’è la  nostra crisi economica. Nel festival che costringe vegliardi cantanti come José Feliciano e Patti Smith a rimasticate gli je je della loro giovinezza e a diventare la parodia di se stessi con il corpo a sbrendolo c’è la nostra riforma delle pensioni. 

   Ecco perché alla fine nel festival e nel paese fanno figura solo quelli che non badano troppo alla figura, come Papaleo e Monti appunto, che condividono disinvoltutra, stile, noncuranza e garbo, anche se il primo almeno tre volte si è infilato nella solita scorciatoia del turpiloquio che per un momento lo ha omologato alla cialtroneria , e al secondo è capitato di peccare  in vanità, da Vespa sino a Matrix dove ha denunziato la monotonia del posto fisso. E se Papaleo ha il mostaccio  malinconico ma rassicurante  del venditore di provole di Lauria,  Monti ha il viso spigoloso  di un direttore della Posta di Vipiteno; quello con i baffi che stanno bene al gatto di casa e l’altro con un accenno di riportino e la provvidenziale scriminatura nel mezzo di un severo ma vulnerabile zio degli anni cinquanta.

   Nel Festival-Paese le donne sono l’eternità italiana: lo spacco, il tatuaggio inguinale, le due comari in competizione, gli abiti da sera, i fiori e l’immutabile cortile che non ci permette di diventare città e precipita tutto in provincia, dove ci sono le pollastre e l’unica donna che riesce ad essere solida e concreta è la massaia. Ma l’Italia femminile non è più così e da sole le donne di Sanremo meriterebbero un coro di sceme sceme: se non ora quando?

   Infine ci sono i comici: i “soliti idioti”, Luca e Paolo… Nella crisi della comicità italiana che si dissipa e si snerva nella volgarità c’è davvero tutta la crudeltà di fine d’epoca. Non poteva certo mancare, in questo riflesso che a Sanremo non replica ma raddoppia il Paese, il berlusconismo morente, la fase finale dell’ oscenità. Questi comici così sboccati che si sono intrufolati nella nostre case con le loro parolacce sono come le famose barzellette di Berlusconi, una simpatia andata a male, un cascame, la prova del nove sanremese che l’Italia non ha ancora battuto l’Italia: l’Europa rimane l’altra galassia dalla quale vogliono espellerci, e Papaleo-Monti è tanto ma ancora troppo poco per farsi angelo della storia e  liberarci in un colpo solo di Sanremo e dell’Italia  dell’ arraffo, della sguaiataggine, del bunga bunga.

      La forza di uno spettacolo moderno, popolare, intelligente,  garbato, divertente e giovane sarebbe meglio dello spread che cala, come  la forza dei  jedi knights di Guerre stellari, la forza di una certa idea dell’Italia che si disintossica dai festival assunti come eredità biologica ed antico vizio, una forza che a Sanremo si percepisce solo nel silenzio, quando  spente tutte le luci, arrivano l’aria della notte e il battito del mare.

16 thoughts on “LA BRUTTA ITALIA SI SPECCHIA IN SANREMO / Papaleo-Monti, Bersani-Morandi, Celentano-Grillo, le donne, Berlusconi, il pubblico…

  1. Violetta

    Ora sembra di essere tornato in sè, caro Merlo. La posso riconoscere in meglio. Un piacere leggerLa. Davvero. E un grazie, come sempre.
    Violetta

  2. rosanna

    Ciao merlo,

    sarà perchè sono vecchia, sarà perchè sono stanca, ma il tuo pezzo mi ha procurato dolore e non, come penserai tu, per il morandi-bersani: da tempo l’appartenenza non è all’eredità del Pci, ma ad un’idea di solidarietà che mi insegnò il Pci.
    Dolore, dunque: per l’essere italiani senza avere gli strumenti per cambiarci, senza vedere all’orizzonte nessuno in grado di dare qualche indicazione di marcia. E, dunque, davvero dobbiamo accontentarci di Papaleo-Monti? Quale Paese lascerò ai miei nipoti (Giulia Pilar, Carlotta, Thomas, Francy e Rodrigo)?

    Il tuo pezzo è bellissimo, ha ragione Laura e anche Paolo, che ho sentito: come sempre non susciti solo sensazioni, ma dubbi e ragionamenti e dunque funziona.
    Un bacio

    la tua amica che ti scrive perché non può telefonarti

  3. Filippo Crescentini

    dal suo articolo odierno, io, iscritto al PD, convintissimo sostenitore di Bersani alle primarie del 2009, ancora più convinto del Bersani segretario del PD, soprattutto nella fase attuale, dopo un 20111 che, dal nostro punto di vista come PD è stato un anno di successi, molto felice del fatto che il PD è sicuramente in testa nelle intenzioni di voto degli italiani da ormai diversi mesi e soprattutto dopo l’insediamento del governo Monti, ho appreso che Pierluigi Bersani: 1) si giovanilizza tingendosi i capelli (solo quelli che gli sono rimasti; Berlusconi invece si tinge anche quelli che non ha); 2) è stato molto bravo come ministro ma oggi è tristemente inabile al ruolo di conduttore (io penso il contrario, 1 a 1); 3) la foto al Baladin se l’è fatta scattare (è noto che la sua diffusione dipende da un tale che gliel’ha scattata e poi l’ha messa in rete: Lei ha descritto Bersani come un mistificatore quando è invece Lei che mistifica la realtà); 4) in quella foto l’unica cosa vitale era il bicchiere (non era un boccale) di birra (mentre, invece, un politico che va umanamente a farsi una birra a fine giornata, senza il codazzo usuale dei potenti e che approfitta dell’occasione per riguardare le cose che dirà il giorno dopo ad un’assemblea di mille dirigenti del suo Partito non è “vitale”); 5) ha l’aria del post-vitellone del paesino in provincia di Piacenza in cui è nato (???), in una modesta famiglia di artigiani (che orrore, eh?); 6) si è fatto le ossa nelle feste dell’Unità e ha manone che sembrano bistecche (crude, precisa Lei); 7) ha il passo impacciato e inadeguato alla leadership del Paese.

    1. Francesco Merlo Post author

      Gentile signor Filippo Crescentini, purtroppo sono stato costretto a intervenire sull’ultima riga del testo del suo commento perché in questo sito, dove lei è gradito ospite, non è tollerato -come ho scritto altre volte – il turpiloquio, specie se usato come insulto. Eppure il suo ragionamento era già chiaro, le cose di cui mi accusa non avevano bisogno di un insulto finale che, rendeva, -nonostante le apparenze – molto meno forte il suo ragionemento contro di me. Grazie.

      1. Filippo Crescentini

        Non ho obiezioni rispetto alla Sua scelta di non pubblicare l’ultima riga. Del resto, il messaggio era indirizzato a Lei e mi basta, quindi, che Lei l’abbia letto.

  4. Roberto Rizzardi

    Signor Merlo, sono un elettore, e non un iscritto, del PD. Personalmente mi addolorano tutte le critiche che vengono rivolte a quel partito ed ai suoi esponenti perché in loro ho riposto la mia fiducia e l’ho fatto, credo, con buona ragione. Non intendo però assumere atteggiamenti di difesa ad oltranza e a prescindere. Il PD e molti dei suoi esponenti sono effettivamente criticabili sotto diversi aspetti e questo, semmai, rende il mio fastidio ancor più acuto proprio perché Lei ha buone ragioni per scrivere quello che ha scritto. Detto ciò ritengo che le critiche siano sempre benvenute e che rintuzzarle fuori del merito, con stizza e foga puntuale e notarile, degna di un editoriale dell’Unità anni ‘ 50 tipo “Tito il traditore”, non faccia altro che gettare al vento buone occasioni e, in fondo, giustificare proprio quelle critiche. Quello che mi interessa commentare, però, è che L’Italia da Lei descritta in maniera così dolente e, purtroppo, verosimile, a mio parere è il classico scenario da fine impero. Assistiamo, credo, all’esposizione della decadenza più invereconda e desolante. Credo anche, però, che una manifestazione così evidente di esaurimento di spinta vitale non possa essere altro che il presagio di cambiamento e rinascita prossimi. Sono in attesa di questa rinascita con grande trepidazione perché, come sempre, le svolte importanti sono turbolente e rischiose. Sono preoccupato non per me, ma per mia figlia di 23 anni e per tutti i suoi coetanei. I parti sono fenomeni meravigliosi, ma sono anche dolorosi.

    1. Filippo Crescentini

      Io sono uno di quel 53% di 3.300.000 persone partecipanti alle primarie del PD del 2009 che hanno votato per Pierluigi Bersani. In quanto tale mi sento di dover intervenire quando vedo che lo stesso Bersani viene fatto oggetto di critiche assolutamente inconsistenti e false. Nel reagire ci metto esattamente, come dice Lei, stizza e foga, puntuale e notarile. Gli editoriali de l’Unità anni 50 c’entrano come i cavoli a merenda, se permette.

      1. Roberto Rizzardi

        Io non sono abilitato a permetterLe nulla. Lei ha la sua opinione e gli altri la loro. Spero vorrà convenire sul fatto che la mia ha lo stesso diritto di cittadinanza della Sua che, peraltro io non demonizzo per nulla. Ho la presunzione di comprendere le Sue ragioni che, oltretutto, condivido, perlomeno fino a un certo punto. Bersani, per di più, riscuote tutta la mia personale simpatia e stima e ritengo che, senza di lui, il partito sarebbe ora in una situazione molto peggiore. La sua concretezza, la sua onestà e abnegazione hanno di fatto sterilizzato l’azione di altri dirigenti che, a più riprese, hanno avvelenato il dibattito e sviato il processo, tuttora in divenire, di costruzione dell’identità del partito. Il PD, pur erede di grandi e storiche tradizioni, è ancora meno che adolescente e, al momento, non riesce ad esprimere adeguata consistenza. Non “rimprovero” dunque a Bersani altro che la sfortuna di condurre il partito nella fase a lui meno favorevole. Noi tutti comunque dobbiamo avere il diritto di avere una posizione dialettica. Si, c’è stato un “Migliore” che non si poteva mettere in discussione, ma erano altri tempi. Dovremmo approfittare di ogni occasione di dibattito per crescere, e per fare ciò vanno benissimo anche le opinioni che non condividiamo, anzi ci fanno ancora più gioco. Mi perdoni era un’opinione e non una lezioncina.

        1. Francesco Merlo

          Caro Rizzardi, apprezzo molto la sua passione e la sua civiltà. Al Pd per crescere e vincere basterebbe somigliare ai Rizzardi (quanti?) che lo votano. Grazie

          1. Filippo Crescentini

            Sicuramente la maggior parte, caro Merlo. Poi ci sono un po’ di quelli che non sopportano quelli che vorrebbero fare i brillanti raccontando falsità.

  5. G.S

    [...] “I precetti etici di Celentano e gli sberleffi di Grillo, le parolacce del comico e le stupidaggini filosofiche del cantante, gli insulti di Adriano e le insistenti minacce di ricorrere alla piazza di Di Pietro sono coriandoli, carnevalate ma sono anche gli spasmi plebei di un paese stremato.”

    Gli elementi più dignitosi e misurati di un paese stremato, non si abbandonano a
    “spasmi plebei” come Lei li delfinisce, gentile Merlo, ma continuano a combattere e vanno avanti irriducibilmente, senza troppi clamori e in silenzio.
    Quelli che lei cita, dal cantante moralizzatore al comico pseudo rivoluzionario e per finire al …populista Di Pietro, sono dei privilegiati che possono permettersi proclami e irriverenze e demagogia perchè non hanno da fare i conti con una quotidianità difficile e problematica come quella di chi deve sudare per il proprio salario e per sopravvivere.

    La inviterei gentilmente a tenerne conto, Signor Merlo.
    Al solito l’immagine sconfortante e verosimilmente assomigliante alla realtà da Lei delineata è condivisibile.
    I suoi post suscitano, è vero, ragionamenti e dubbi, anche tristi sensazioni, a mio modesto avviso.
    Ma oltre che guardare dalla sua privilegiata finestra, gentile Merlo, riesce a darci anche concrete proposte per risolvere i problemi di questo disgraziato Paese e…suggerimenti e qualche organica risposta alle mille domande insolute?

    Cordialmente
    GS

    1. Lorella Bozzato

      Uno splendido articolo, il suo, sul Festival metafora di un paese e di una cultura anche politica. Nell’articolo apparso Ieri, tra l’altro,ha anticipato, all’interno di una articolata e lucida riflessione, il tema svolto con risultati non brillanti da Concita Gregorio e apparso oggi. Classe e originalità non si inventano.
      Dott. Lorella Bozzato

  6. Luigi Altea

    Io voglio bene a Pierluigi Bersani con tutto il cuore. E’ la persona che ho votato, è il mio segretario. Ho in lui una stima grandissima, al punto che sono sicuro ch’egli è talmente onesto che farebbe volentieri un passo indietro…se solo scorgesse, tra quelli che gli stanno accanto, qualcuno meno inadeguato di lui.
    Purtroppo è obbligato, per stato di necessità, a stare sul palco, a cantare e a portare la croce. Pur sapendo che non è uno spettacolo esaltante.

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