Il nuovo inno di Berlusconi / IL POP DIVENTA FLOP

     Le parole sono imbarazzanti per infantilismo, senza l’epica malinconia dell’ultimo valzer, The last waltz, che fu il congedo di ben altra banda, The Band appunto, e fu firmato da Scorsese e non da Maria Rosaria Rossi che le donne del Pdl , con la ferocia delle comari andate a male, hanno già ribattezzato <l’Apicella regina>. Lì c’erano Bob Dylan e Van Morrison, Neil Young, Eric Clapton e il poeta Ferlinghetti. Qui ci sono Mclarussa, Denny Verdini e i Cicchitts.

   Comunque sia, è l’epicedio del berlusconismo questa <grande forza che ci chiama> e  mentre profetizza un futuro di buoni sentimenti evoca un passato di ottimi affari. E vorrebbe essere ode, poema, inno, canto e preghiera ma risulta un triste motteggio per il vecchio putto sconfitto che, sul cupo viale del tramonto,  <ama la luce>. Forse il titolo giusto di questo canto notturno del pastore ‘sgreggiato’ sarebbe proprio quel ‘Non è l’inferno’ che ha vinto a Sanremo.

   Difatti sembra quasi dialogare con la debuttante e grintosa rock woman di Sanremo il noto e viagrato pop man di Arcore. Come Emma ha trionfato al festival con la disperata speranza italiana <ho  ancora il sogno che non rimangano parole>, così Berlusconi ripropone  < un grande sogno che ci unisce, un sogno si realizzerà>, ma si capisce subito l’ avvilimento perché Berlusconi insiste < il bene vincerà per sempre> ed Emma replica: <parlo per tutte quelle povere persone che ancora credono nel bene …>. E ci dispiace che Berlusconi, in questo suo  farsi cigno morente, non abbia neppure il conforto del maestro Beppe Vessicchio.

   E sarà pure prolisso ma è comunque commovente l’ epitaffio al ‘vecchierel canuto e stanco’, il quale più che al latte acido rimanda al vero dolore quando, in quel museo delle muffe e delle mortificazioni che è diventato il Pdl , nega <l’invidia> e <il rancore> che ora lo rodono e in passato lo hanno eroso. Perciò si concede, come ultima canzone, la ballata delle pulsioni represse: <Grande la voglia di votare / grande la voglia di cambiare>.

    Questa lapide è  parzialmente attribuita dallo stesso Berlusconi alla sua fedelissima gioconda Maria Rosaria Rossi, 39 anni, onorevole di Montecitorio e madama delle ‘Crescentine’, che erano le patonze del castello berlusconiano di Tor Crescenza, lupe meno note  ma non meno affamate delle olgettine. I biografi raccontarono sui giornali di casa che Maria Rosaria conobbe Berlusconi nel 2008, a tavola,  e quando <incontrò lo sguardo del Cav, arrossì e si guadagnò un casto bacio>. La poetessa non somiglia a Claretta e neppure a Eva Braun, non è insomma l’amante a testa in giù e non incarna l’abnegazione dell’amore sino alla morte. E’ semmai una specie di Achille Starace, anche lei con il petto che prorompe in fuori: quello di Starace in cerca di medaglie e di proiettili, il suo invece ben esposto all’ultima coccarda in villa.

   Nonostante la sincera devozione, le strofe non hanno neppure il candore grullamente letterario  delle poesie di Bondi. Le rime sono elementari, non più sdrucciole come ai tempi di  <… e forza Italia, perché siamo tantissimi> quando comunque sillabavano un futuro. Ora sono tutte tronche, <libertà / verità / verrà / arrenderà /realizzerà / vincerà / resisterà> com’è tronco il destino di chi le canta.

    E il piglio rimane corale anche se  adesso sarà difficile recuperare il numero per fare un coro. Persino i pochi che gli sono accanto e che si ostinano ad assisterlo si sentono infatti depressi e degradati. <Chi finisce male – mi confessa con gli occhi al cielo uno di loro che io stesso voglio proteggere con l’anonimato – ha come possibili vie d’uscite l’ironia, l’eroismo, la sfrontatezza e persino la cattiveria, o addirittura la fuga e il silenzio. Berlusconi ha scelto la scemenza>. Ci sono, nell’inno, <la bandiera nuova>, <la gente che prende per mano e guarda lontano l’Italia che verrà>, e ovviamente <non si arrende e non si arrenderà> e <noi siamo il popolo della libertà>. Ecco, il linguaggio eccessivo del populismo da pop si è fatto flop. E c’è già persino una denunzia per plagio di questo capolavoro. Tanto per dirla in rima berlusconiana:  ‘se la copia è messa male / figuriamoci l’originale’.

    Due erano gli incubi di Berlusconi: non essere amato e annoiare. Il primo l’ha verificato sotto le finestre di casa sua dove nessuno è andato a reclamarne il ritorno come egli aveva esplicitamente profetizzato. Il secondo incubo – non divertire più – lo realizza con quest’inno che non regge il confronto neppure con l’inno di Scilipoti che è (andate su Youtube) una scena cult della politica reazionaria italiana: <Un solo cuore in questa odissea / perché è insieme che la storia si crea / siamo milioni e un unico Dio / un grande coro e dentro ci sono anch’io>.

   E invece  <il grande sogno che ci unisce, e che resisterà> non indigna e non fa ridere, non è cameratesco come i canti leghisti, non è neppure un jingle come il primo inno, e la musica è poverissima: solo accompagnamento. Se si facesse un expertise nessun perito vi riconoscerebbe  l’uomo che ha inventato il Drive in, Striscia la notizia, la tv commerciale e il Tg4 inteso come varietà, gli stacchetti, le veline, casa Vianello, Forza Italia, le miss fatte ministre, il Milan che  vinceva al suono di Freddie Mercury (We are the champions, my friend) e persino quella megalomania kitsch di <Meno male che Silvio c’è> che poteva ancora sembrare autoironia, un po’come la frase <il duce ha sempre ragione>: enormità fatte apposta per essere pronunziate senza crederci, propaganda con la fronda incorporata. Diciamo la verità: meglio proporre, come valzer delle candele, l’inno del bunga bunga. Sarebbe stato più dignitoso anche per noi che sapevamo di essere stati governati da un gaglioffo e ora scopriamo che invece è solo un ….

3 thoughts on “Il nuovo inno di Berlusconi / IL POP DIVENTA FLOP

  1. Roberto Rizzardi

    Il “vecchierel canuto e stanco” (la prima qualità dobbiamo intuirla vista la cura con cui è celata) è sempre stato un “prodotto” e come tale è stato propagandato e venduto. Un prodotto, beninteso, intangibile e coerente con lo scenario da terziario avanzato che lo inquadrava. Come certe improbabili lozioni o astrusi attrezzi ginnici o sontuose residenze a soli XX minuti dal centro di Chissàdove, il successo si basava essenzialmente su promesse elargite senza risparmio e fiducie carpite senza ritegno. Come accade con quei prodotti, ha controbilanciato l’evidenza della propria inefficacia con ragioni pretestuose, sviamenti di attenzione e cambi di brand. Man mano che il marketing perde di efficacia, il vigore e la creatività dei pubblicitari avvizzisce sempre di più e il passaggio propagandistico scivola dai media più pregiati e seguiti, a quelle TV di quart’ordine e a notte fonda, stretto tra le procacità di qualche presuntamente esotica buzzicona e una televendita di improbabili e astrusi attrezzi per il bricolage. L’ultima parte, naturalmente, è un mio auspicio. Il nostro ha già avuto, in passato , spettacolari colpi di reni e i nostri connazionali altrettanto spettacolari scelte improvvide.

  2. alessandro

    Abbiamo tutti ragione,Berlusconi è tutto quello che tutti pensano.Ma noi tutti siamo forse come Berlusconi?La nostra societa gli ha permesso di diventare quello che è,di dominare la scena politica per venti anni. Forse dovremmo fare un esame di coscienza tra lo storico e il sociologico e esserne tutti coinvolti.”Anche se ti senti assolto sei comunque coinvolto”

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