Chi è Maurizio Landini e come sarà il suo sindacato ‘di sinistra': “CAMBIERO’ LA CGIL PER CAMBIARE L’ITALIA”

Sarà il redentore della sinistra o il suo definitivo becchino? Sarà l’ultimo goffo e impacciato Savonarola italiano, il gabibbo della più vecchia delle ideologie – il “come eravamo” – o sarà invece il capitano di una nave corsara nel mare dell’imprevisto, della creatività, del riscatto sociale, della libertà, come vorrebbe l’epica di Sveva Casati Modignani la romanziera “landiniana” che vende più libri di tutti  – 35 romanzi per 12 milioni di copie-, anche di Elena Ferrante (con la quale condivide l’uso dello pseudonimo, topos della letteratura femminile, da Liala in poi). Dunque nel luglio scorso Sveva Casati Modignani  ha raggiunto Maurizio Landini che, come ogni luglio, stava sotto l’ombrellone a Gabicce, dove la Romagna diventa Marche :”Mare mare mare / torno sempre a naufragare qui” canta Luca Carboni.  Dino Risi vi girò “L’ombrellone” nel 1965 (il film dove Jimmy Fontana cantava il Mondo) con Enrico Maria Salerno, Sandra Milo e la spider che già “citava” Il sorpasso del 1962. E dunque qui, nell’ultima estate prima della scalata al cielo della Cgil, con il tempo tornato all’antico, la scrittrice ha fatto di Landini il coprotagonista del suo ultimo romanzo “Suite 405″: amore e lotta di classe sono alla De Amicis;  si abbracciano il padrone democratico e il sindacalista santo;  “la fabbrica ha l’odore del ferro e dell’acciaio che ristagna nei capannoni dove il chiasso delle macchine è assordante”. E Landini appartiene alla fabbrica “come le radici appartengono all’albero”. Insomma ” la romanziera che irrita e cattura”  (la definizione è di Antonio Gnoli su Repubblica),  ha raccontato Landini al mare come John Reed raccontò  Lenin  ne “I dieci giorni che sconvolsero il mondo” e come Edgard Snow  raccontò Mao in “Stella rossa sulla Cina”.

Ha però dimenticato di scrivere che a Che Guevara Landini preferisce Massimo Troisi “che voleva fare nel cinema quel che io voglio fare nel sindacato:  ridare un orizzonte di sinistra alla rabbia, all’indignazione, lui con la potenza del riso, io con la potenza del lavoro”. E infatti,  nell’ufficio in Cgil, dove l’ex chiacchierone Landini,  ora ‘in attesa’ silenziosa, si è rinchiuso negandosi ai giornalisti me compreso, c’è  un grande Troisi accanto a una piccola foto di Rosa Luxemburg che gli lasciò Claudio Sabattini. Landini non finge di aver letto i classici del marxismo: ” E neppure di parlare le lingue. Come un Totò al contrario ho fatto il militare a Trapani. E  ho fatto l’operaio sin da bambino. Non fu Gramsci a scrivere che l’operaio ‘è tecnico e filosofo senza saperlo, come il borghese gentiluomo era prosatore? “.

E’ nato a Castelnuovo ne’ Monti, ai piedi della rupe di Bismantova dove Dante immaginò l’Eden: “E infatti oggi sono i luoghi ‘ slow”: i boschi, il Buddismo…”. Papà Guerrino, che  morì nel 2014,  aveva come nome di  partigiano  Pataia,che in dialetto vuol dire camicia da notte. E faceva il cantoniere: “Toglieva i tronchi dalle strade, mentre mamma stava in casa e ogni tanto andava a fare le pulizie. Anche la sua casa a Monte Piano  era un rifugio di partigiani. Ecco perché io sono pronto a tutti i cambiamenti ma dalla guerra partigiana non mi schioda nessuno, e non credo che sinistra e destra siano superate. Aggiungo però che se molti lo credono è perché la sinistra ha fatto il lavoro sporco della destra. ”

Nell’Appennino reggiano, “a dieci anni eravamo tutti uomini fatti: maneschi, sboccati, insolenti e … comunisti”. Poi, però, colpo di scena, “la parola comunismo non dico che è diventata nemica, ma avversaria sì. Perché era vincente l’idea che il partito venisse prima e il sindacato e il lavoro dopo. Io, molto presto, mi convinsi che il lavoro deve venire prima di tutto, e che non c’è partito che tenga”. Contro quello di Renzi Landini si è spinto a dire che era peggio di Berlusconi:  “Dall’autonomia del sindacato non si tornerà più indietro”.

Scuole? “Ho smesso a 15 anni, al terzo di Ragioneria. A casa non c’erano soldi”. Un giorno, che era infuocato, Chiamparino gli disse in piemontese “l’as mai cercà la brüsca,  non ha mai tagliato l’erba né alla catena di montaggio né altrove” Non era vero. “Già a 16 anni divenni operaio saldatore”. Avevi lavorato anche da bimbo? “ Sì. Volevo fare il calciatore ma mi ritrovi apprendista fabbro dal marito di mia sorella”. Si impara più lavorando o andando a scuola ? “I bimbi devono andare a scuola . Ma la scuola deve insegnare la dignità del lavoro”.

E però rimane vero che più delle pagine del Capitale “a me incantano la voce di Fiorella Mannoia e la poesia di Roberto Benigni”. Ogni volta che gli chiedono chi sono i suoi maestri ripete la filastrocca: “Sabattini,  Di Vittorio, Pierre Carniti, Bruno Trentin, e ovviamente Berlinguer e Ingrao”. Ma poi ti guarda negli occhi puntandoti contro quel nasone che buca lo schermo (“me lo ruppi da bambino cadendo mentre mamma mi inseguiva”) e aggiunge:  “Al primo posto c’è la vita che  –  tornò a dirmi poco dopo le terribili elezioni del 4 marzo – ha una fantasia inesauribile”. Certo, da buon sindacalista, Landini sapeva che appunto quel 4 marzo molti iscritti alla Cgil avevano votato Lega, ma quel giorno alla periferia di Bitonto non si aspettava  che gli operai, scesi dal pullman in sosta nel piazzale del benzinaio, gli spiattellassero “senza vergogna e senza inibizioni:’ abbiamo votato Salvini, ma tu per favore ora tienici d’occhio'”. Dunque Landini mi raccontò di essersi morso la lingua che gli voleva far cantare la solita nenia identitaria dei compagni veri che devono rispettare la storia. “Guardai invece com’erano fatti: muratori, pittori, marittimi….Corpi  e facce che incarnavano l’eternità della sinistra. Non era possibile che la loro fosse la scorciatoia mentale di chi non ha pensiero. Mi chiesi: per quanto tempo ancora potranno stare con me e con Salvini, con la Cgil e con la Lega?” .

C’è persino qualcuno che si è spinto a dire :”Berlinguer, se fosse vivo, sarebbe con noi”. Ma va, Berlinguer che vota Lega! “E perché no? Era sardo, difendeva i dialetti, l’identità…. ” Oggi  Landini non si scandalizza di trovare il santino Berlinguer dentro le nuove ossessioni. La cultura di destra, sosteneva Furio Jesi, è ” linguaggio senza parole”: pulsioni, paure, umori e miti. “Pensai – mi disse infine Landini – a quel che cercavano di dirmi prendendomi per il braccio. Mi stavano dicendo che li avrei perduti solo se non li avessi capiti “. E li hai capiti? “Prometto che non li perderemo”. Da sola, questa promessa è il manifesto della nuova Cgil che da gennaio avrà la faccia cattiva di Maurizio Landini: “Ho una brutta faccia per bene”.

Rimane da capire quale sarà lo maggior corno della fiamma antica, quale Landini prevarrà: l’antiquario o il creativo,il sindacalismo d’antan dei baroni rossi in perenne attesa di popolo o la nuova speranza del “cambierò il sindacato per cambiare l’Italia”? Se infatti davvero vincesse il “perdente marginale”, l’ operaio dei valori antichi,  se a gennaio Maurizio Landini, che persino la sua amica Camusso  un tempo chiamava “il selvaggio”,  fosse eletto segretario, la Cgil rischierebbe diventare la fortezza dei giacobini, il campo profughi del radicalismo,  o al contrario, e magari senza meritarlo, la prima cellula del ritorno al romanticismo e alla politica, la scintilla incendiaria di una voglia di sinistra come luogo del risarcimento ideale e reale nel Paese del populismo di destra. Landini sa di incarnare entrambi i corni del futuro,  proprio come scrive Dante,” là dentro si martira” il sindacalismo dei rancori e quello della speranza , e così iniseme alla vendetta vanno come a l’ira”.Tornerà con Landini la sinistra ballerina nelle piazze ma sempre perdente nelle istituzioni, oppure Landini diventerà il Jeremy Corbyn italiano? “Voglio portare dentro il sindacato tutti quelli che lavorano, tecnici, impiegati, innovatori,  i precari e i collaboratori saltuari senza diritti e sempre sotto ricatto, le non-persone senza nazionalità  né madrepatria, gli sfruttati dai caporali e dai criminali”. L’operaio di Landini non è più quello metafisico, il Superuomo della rivoluzione, ma è lo sfigato che rivuole dignità: “Perché avrebbero dovuto votare a sinistra se la sinistra ha cancellato i loro diritti?” E poi: “Mi piace Corbyn ma non la vacuità italiana di voler fare il Corbyn o il Macron, come una volta il Kennedy o il Tony Blair… Credo che i giovani inglesi amino la coerenza di Corbyn, anche quel suo vestirsi ‘alla come mi viene’ che amo molto pure io, anche se mia moglie ogni tanto mi rimette a posto”. E’ lei che ti impone  la famosa maglietta della salute? “Me la impose la mamma perché ero cagionevole e ora, se me la tolgo, mi raffreddo”. La cravatta? “Una sola volta, al  matrimonio, trent’anni fa”. Della moglie, che ha conosciuto quando era un ragazzino, e lavora in Comune, Landini non vuole che  si scriva neppure il nome di battesimo: “E’ un patto tra di noi”  Figli? “Non  sono arrivati”. Animali? “Due cani”. La casa di San Polo? “E’ di mia moglie. Quella di Roma, dove non viene mai, è del sindacato”

L’operaio Landini pensa di essere anche esteticamente “la rivincita del decoro proletario: modestia, solidarietà ma anche indignazione “. C’è uno stile in questo ‘minimalismo caldo’ fatto di essenzialità ed eccesso? “Il sindacato diventa casa di vetro e si incendia di sole”.  Ma il sindacato – gli dissi già tre anni fa –  è una macchina burocratica enorme, seimila funzionari solo in Piemonte, ottomila in Emilia… una nomenklatura che a volte difende i privilegi spacciandoli per diritti . “Succede – mi rispose – in certi periodi alle grandi organizzazioni di sembrare obsolete, stanche, spente. Ma se ce l’ha fatta la Chiesa …”. Sei populista? “E’ un parola da abolire, la risorsa delle teste confuse” .  Sei diventato 5 stelle?  Ma va!, E’ vero che  sono un mondo complesso e misterioso: se sei d’accordo con loro ti fanno mille lodi, come nel caso dell’Ilva di Taranto, ma se non sei d’accordo… E non si capisce mai chi decide cosa. Con la democrazia hanno litigato”.

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