HO VISTO I VIDEO DEI LAGER LIBICI CHE HANNO SPAVENTATO IL PAPA. NON PARLANO DI UOMINI-BESTIE, MA DI NOI, DI QUEL CHE STIAMO DIVENTANDO

 

Abbiamo visto, noi di repubblica, i video dei lager libici che hanno spaventato il Papa. E forse perché è la prima volta nella Storia che un martirio, quello dei profughi, viene filmato, abbiamo chiuso gli occhi mentre i bastoni e i coltelli colpivano e trafiggevano un ragazzo nero. Ma l’audio non l’abbiamo spento, e dunque abbiamo continuato a “vedere con le orecchie” quello che la vista non sopportava: il crac dei calci sulle ossa, i botti dei bastoni sul petto, sul viso e sulle gambe, tutti i suoni dell’orrore ortopedico. E poi, in un altro video, il lungo slash della coltellata soddisfatta, non quella secca dei macellai dell’Isis, ma il lavoro lento della lama che squarcia, del machete che decapita a brandelli, e il ghigno del torturatore che prima acciuffa per i capelli la testa senza corpo e poi scalcia il corpo senza testa.

La seconda volta, quando abbiamo guardato quei video per raccontarli, li abbiamo al contrario frugati con gli occhi, per cercarvi un senso che non abbiamo trovato. Perché l’orribile che emerge dal fango dei secoli ci ha insegnato che al contrario del rifiuto, dell’indignazione e dello scandalo, c’è l’intelligenza, c’è il capire, c’è la luce che qui non vediamo. Sappiamo infatti cosa accade nei lager libici, ma non capiamo perché.

E come possiamo, adesso che abbiamo visto, ancora pensare di rimandare in quelle camere di tortura i profughi che si sono guadagnati con la fuga il destino di superstiti, che sono scampati alla ferocia dell’uomo che sarebbe troppo facile definire uomo-bestia?

Ci accapigliamo sul tema politico dell’immigrazione: le quote, l’Europa, i conteggi, i controlli, le navi, le leggi. Poi arrivano questi video e scopriamo la fisicità della tortura. Li guardiamo infatti senza più la mediazione della logica, ne percepiamo solo l’efferatezza e la bruttura. E saltano i ragionamenti, spariscono i distinguo del “però questo è un problema complesso”. Ecco dunque la banalissima verità che sta dietro ai nostri dibattiti, al nostro accapigliarci sull’identità e sulle frontiere: il dolore qui è troppo evidente per essere argomentato. E si spiega da sé quel che può provare un ragazzo che striscia, si contorce, è ridotto a scarafaggio, con la carne che diventa poltiglia mentre attorno  a lui si allargano le chiazze di sangue. C’è una giovane donna costretta a tenere fermo con le mani un mattone che le mettono in testa. In ginocchio, con gli occhi pieni di paura, aspetta che la colpiscono, che rompano il mattone con un grosso bastone. Poi si accaniscono con i pugni sul viso e sugli occhi e intanto ridono, si incoraggiano e, tutti insieme, tengono ferma la ragazza che trema, forse cerca sollievo nelle convulsioni, si irrigidisce, occhi fissi e lacrime a dirotto. Sono almeno cinque a picchiare il corpo rantolante. E chissà dov’è finita la ragazza, chissà se con la pompa hanno lavato via quel che restava di lei, o se invece le torture le hanno guadagnato un posto sul barcone. E forse è annegata o forse il suo corpo umiliato e maltrattato è stato raccolto da qualcuno e magari c’è anche lei con quelli che ora non vogliamo in casa nostra.

Credetemi: nella sofferenza di quella donna, come ha certamente notato il Papa, c’è un surplus di mistero, di umanità e di spiritualità. Quei corpi avviliti, anche in questi orribili video, appaiono – è difficile da dire – più belli e più normali dei corpi sformati degli aguzzini che li torturano non solo per terrorizzare gli altri schiavi e per convincere i loro parenti a pagare il biglietto della speranza sempre più disperata, quella del Mediterraneo. Basterebbe infatti molto meno per mettere paura.

Rimangono dunque indecifrabili questi carnefici, vigliacchi macellai da scannatoio,che consumano sghignazzando i loro crimini in una scenografia degradata di sporcizia e di mura sbrecciate. Perché lo fanno?

Questi demoni libici non somigliano all’invenzione letteraria e morbosa di Sade, non sono i razzisti del genocidio etnico alla Milošević, gli sterminatori del Ruanda, i fanatici di Pol Pot… Ed è forte il sospetto che siano loro stessi ad avere girato le immagini, o ad avere permesso ai profughi di girarle, non solo per spaventare e ricattare, ma per grottesco orgoglio di sé. Ci sono infatti primi piani dei torturatori che, in qualche fotogramma di vanità e compiacimento, escono dall’ombra per far vedere che facce hanno i bastoni e le lame. E colpisce la perdita di quella coscienza che sola permette di provare orrore di sé. Ma sarebbe troppo facile dire che senza di quella non c’è più l’uomo, ma qualcosa d’altro al suo posto. Sono uomini purtroppo, e non si nascondono più.

I nazisti torturavano in remoti boschetti, in appartamenti fuori mano, – Birkenau vuol dire ‘bosco di betulle’- e la polizia stalinista nei gulag inaccessibili della Siberia  dove anche lo sputo gelava in aria. Di nascosto, perché si fingevano buoni. Avevano la coscienza del misfatto e dunque nascondevano la storia cancellando le tracce nel recondito e nell’indefinito.

E’ invece, come  dicevamo, la prima volta che un martirio viene ripreso in diretta.  Nessuno infatti può vedere e rivedere i corpi dei  cristiani mentre vengono sbranati dai leoni nel Colosseo. Abbiamo visto fucilazioni, esecuzioni di massa, terribili immagini di guerra, le decapitazioni e gli sgozzamenti dell’Isis esibiti come propaganda, ma non ci sono video di Auschwitz, con le torture e i forni crematori dal vivo, non esistono immagini di Mengele girate “durante” il suo lavoro. Alla Lubianka nessuno aveva cineprese e l’Arcipelago Gulag non è stato documentato con il telefonino. Persino da Guantanamo sono arrivati solo fotogrammi, i cani al guinzaglio, le divise, i fili elettrici sui corpi, le teste incappucciate. E mai nessuno ha visto il piccolo Di Matteo dentro la vasca che Brusca aveva riempito di acido.

Tutto è stato ricostruito al cinema, in pittura, nei libri e nei giornali. I testimoni hanno raccontato anche i dettagli, ma non c’erano gli smartphone a Dakau. Neppure le ferocie inflitte dai narcotrafficanti in Sudamerica, che pure sono state registrate, erano mai state divulgate.

In un’intervista del 1983, sul tema della memoria chiesi a Leonardo Sciascia cosa distingueva l’uomo dagli altri animali. Passammo in  rassegna le risposte: dalla fede in Dio al riso, dall’uso delle mani per costruire e per distruggere al suicidio… Infine tornammo alla memoria. E Sciascia disse che forse non la memoria ché ce l’hanno tutti gli animali, e anche le piante, l’acqua, le pietre, ma la registrazione della memoria fa la differenza, vale a dire l’annotazione di quel che accade, la scrittura dunque, in tutte le sue varie forme, dal puntino rosso trovato sulla parete di una caverna preistorica ai geroglifici e all’alfabeto digitale su carta e perciò alla stampa, sino allo smartphone, che lui non conobbe, e a questi video che documentano quel che rischiamo di diventare, quel che stiamo diventando.

3 thoughts on “HO VISTO I VIDEO DEI LAGER LIBICI CHE HANNO SPAVENTATO IL PAPA. NON PARLANO DI UOMINI-BESTIE, MA DI NOI, DI QUEL CHE STIAMO DIVENTANDO

  1. Silvia Bonaventura

    È stato difficile leggere. Immagino sia stato orribile vedere. Riflettere e riuscire a scriverne con tanta umanità indispensabile. Grazie

  2. Manila. Michelotti

    Leggere e piangere e inorridire; la mia anima di donna occidentale che non conosce quella sofferenza si vergogna.

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