NERO SICILIA: LA SINISTRA CHE VOTA “IL FASCISTA PER BENE”. IL PD RISCHIA IL QUARTO POSTO. SI GIOCANO NELLA SICILIA ORIENTALE DI NELLO MUSUMECI E CLAUDIO FAVA LE ELEZIONI-LABORATORIO CHE ANTICIPANO L’ITALIA

Da “il venerdì”
CATANIA -Entrando nell’androne di via Deodato si sente forte l’odore della pipì di gatto che è l’odore di Catania e di tutti i vicoli della vecchia Sicilia, l’odore che un giorno “inopinatamente, senza alcun preavviso, dilagò, s’impose, s’impossessò della città” raccontava Sebastiano Addamo, lo scrittore che per primo capì che, in Sicilia, le idee politiche non si giudicano, ma si fiutano come “accade tra vicini di casa”. In Sicilia infatti il pensiero è aristotelico: “Nihil in intellectu quod prius non fuit in sensu”.
Dunque in questo palazzotto di edilizia popolare fascista in via Deodato al primo piano abita il candidato presidente della destra Nello Musumeci e al piano terra l’arruffatissimo senatore a cinque stelle Michele Giarrusso. “ Alleva una colonia di felini”, mi dice Musumeci che abbassa la voce e prende un’aria circospetta mentre annusa il vicino di casa e si capisce che si sente annusato dal nemico.
Cinque stelle e centrodestra si contendono infatti la Regione Sicilia, laboratorio d’Italia, si dice. E il senso è che ci sono nel mondo posti marginali, lontani fisicamente e psicologicamente, dove si sperimentano bombe atomiche e armi chimiche, come l’atollo di Mururoa o il deserto del Nevada. La Sicilia è uno di quei corpi marginali dove si provano nuovi farmaci; certamente è il luogo della politica italiana che consente ogni audacia e ogni azzardo.
Musumeci dunque è il “nero Sicilia”, l’antimafia di destra, l’ex presidente della Provincia minacciato dai clan ai quali negava gli appalti, il fascista per bene proposto come antidoto contro il populismo grillino che qui è più strampalato che altrove e non certo perché le liste sono piene di riciclati, familisti e “malumori qualunque” che sono il déjà vu nell’isola dell’astio borbonico e antirisorgimentale, e dell’ ideologia del forconismo contro lo Stato italiano che ben prima degli eccessi di Grillo veniva paragonato a Pol Pot e ai nazisti.
Anche Piepoli e anche il sondaggista di Palermo Pietro Vento dicono: “Vincerà Musumeci perché dei quattro è il solo che davvero vuole vincere”. Ed è un carro sul quale saltano non solo i soliti trasformisti ma anche pezzi di sinistra e un mondo anti-pizzo che ha ispirato lo slogan della campagna di Musumeci, il quale esibisce sul mento il pizzo fascio-monarchico: “Musumeci, l’unico pizzo che ci piace”.
Mi dice Claudio Fava: “La novità è che i quattro sono, per la prima volta, persone rispettabili, grillino compreso”. E basta confrontarli con Crocetta, Drago, Provenzano, Cuffaro, Lombardo, una folla di macchiette e di baffi da cartolina, tutto un frantumarsi di cannoli, respiri da aliti guasti, panze e nevrosi e una plebe di questuanti bisognosi, precari e clienti. Invece adesso i quattro possibili presidenti sono comunque migliori delle liste e dei partiti che li presentano.
Ma che vuol dire fascista per bene? “So che per voi di sinistra è un ossimoro, ma io ho passato una vita nel Msi e non sono diventato berlusconiano; mi riconosco nella fiamma tricolore, sempre con Almirante, da quando avevo 16 anni, tanto che ho dato a mio figlio il nome Giorgio. Ma non mi sono mai riconosciuto nella parola fascista”.
Per me che sono cresciuto a Catania parlare di fascismo con Musumeci è come infilare la testa nello specchietto retrovisore e rivedere i fascisti che all’università erano più che nemici. In quel minestrone di vita e di legnate per noi erano delinquenti o asini, roba dell’altro mondo, uomini da mettere tra parentesi. Soprattutto i coetanei ci parevano tutti allo stesso tempo picchiatori e analfabeti. Solo più tardi, quando alzammo gli occhi, ci accorgemmo che erano una specie di società segreta divisa, grosso modo, in fascisti lupi e fascisti per bene appunto, come lo zio di Giorgio Gaber: “Caro vecchio zio fascista / a istinto io ti ho sempre giudicato / come uno che si accende e non ragiona / e ho fatto un po’ di facile ironia/ senza capire mai la tua persona”.
Dunque i fascisti lupi erano dominati da Benito Paolone, il lupo della pescheria che ad Almirante diceva: “Giorgio, noi l’amore lo facciamo sugli alberi”. Si presentava con due enormi cani bastardi e almeno un paio di quei giganti della squadra di rugby, l’Amatori, che allenava. “Io ti mangio il cuore” cominciava e partivano all’attacco. Ce n’era uno, di un metro e 90, detto Tuti Iencu (Giovenco) perché era figlio di un macellaio. E dunque sedie rotte, tavoli fracassati, porte sfondate e qualche volte si arrivava pure al sangue. Paolone allora smetteva di picchiare, tirava fuori il fazzoletto, si strappava un pezzo di camicia e fasciava il nemico ferito. Poi si lanciava a tuffo e ne stendeva un altro: “Io non sono un uomo che dice preghiere”.
Gli altri, i fascisti miti, erano rappresentati da un medico, Raffaello Gattuso, da un chirurgo, Biagio Pecorino, e da un avvocato penalista, Enzo Trantino, maestro e modello di Nello Musumeci. I fascisti miti avevano rapporti vaghi e lontani con i fascisti lupi che però finanziavano e ai quali fornivano ricovero.
Anche il pizzetto di Musumeci è quello del suo ispiratore Trantino, a metà strada tra Kit Karson e Italo balbo, una stramberia fascio monarchica appunto, non un pizzetto savoiardo ma il pizzetto dell’ardimento, del vero antagonista di Mussolini, del colonizzatore, il pizzetto dell’intelligenza di zolfo che Trantino e il suo allievo Musumeci rivendicano come eccellenza della sicilianità. Figlio, nipote e pronipote di tranvieri, autisti e vetturini, Musumeci, che ha perso un figlio per un infarto improvviso che lo fa ancora piangere, è rimasto orfano di madre quando aveva 14 anni, ha frequentato il Nautico, poi Giurisprudenza, ha praticato il giornalismo, e aveva 16 anni quando il padre apprese che era missino ascoltando in piazza il suo primo comizio per la Giovane Italia: “Con tanti partiti che c’erano proprio lì dovevi finire?”. Poi divenne l’assistente dell’onorevole Cusimano, giornalista nelle radio e nelle tv del camerata onorevole Santagati, ma il modello è rimasto sempre Trantino, che è stato sottosegretario agli Esteri, buggeratore buggerato nella vicenda di Telekom Serbia, l’oratore convinto che la Sicilia sia un’isola bagnata dalle parole e che le parole siano potere. I siciliani sicialinisti non si stancano mai di ricordaci che la retorica forense è nata qui, in questa terra eternamente dominata e conquistata dove i confini delle proprietà e i caratteri sono sempre incerti, sono moto ondoso e terremoto, un sisma vulcanico che sempre ha bisogno della sofistica, dell’unica tecnica che riesce a legare e tenere ferme realtà in movimento. Dunque Musumeci, come accadeva a Trantino che oggi ha 83 anni, ha la piazza sempre piena. E gli slogan elettorali sono sempre calembour, come quello del pizzo che è pizzetto e non pizzino: “il coraggio dell’onestà e l’onestà del coraggio, la forza dell’onore e l’onore della forza…”. Nel Msi lo chiamavano “il pensiero reversibile”, e una volta stamparono per scherzo una decina di finti volantini elettorali: “la presa per il culo e il culo nella presa”. Musumeci ha imparato a parlare bene come Trantino, ma quando parla sembra sempre affacciato al balcone, e anche gli articoli che scrive sono tutti col pizzetto dell’enfasi aviatoria. E ovviamente Musumeci ha ora risvegliato e riscaldato il mondo missino che negli anni settanta era il mondo chiuso del branco, con una cultura del risentimento, della violenza e della goliardia cameratesca che era anche la cultura della solidarietà militante con un legame strettissimo, quasi biologico, di specie: “Chi picchia un missino picchia il partito”. Adesso sono tutti con lui: “Ritorno di fiamma” è il titolo di un libro che Musumeci scrisse nel 1991 fiero di quella cultura radicata che ”ha fatto di Catania – scriveva – la citta più nera d’Italia”. Nero Sicilia, appunto: “Caro vecchio zio fascista / a vederti innaffiare le tue rose / ancora non mi entra nella testa / come hai potuto fare certe cose”.
Nella Palermo che, con un appassionato lavoro quotidiano, il sindaco Leoluca Orlando sta restituendo al mondo – “venite in vacanza a vedere cosa è diventata Palermo” – queste elezioni regionali rimescolano dunque gli odori e i colori perché, se è vero che “la Sicilia è l’Italia esagerata” come diceva Enzo Biagi, è pure vero che qui il trasformismo è più l’Alberto Sordi dell’8 settembre che il Principe di Salina. E’ troppo vile insomma per la nobiltà del Gattopardo (we are Gods). E infatti nacque in Italia nel 1876, “e fu una parola – scrisse Benedetto Croce – che parve brutta o addirittura vergognosa e col senso del pudore e del ribrezzo correva per le labbra di tutti”, ma poi divenne e rimase per sempre “con le elezioni del 1882 il grande nuovo partito nazionale”.
E’ vero che in Sicilia c’è persino il candidato – Alessandro Porto si chiama – che ha affisso sui muri il manifesto con la sua fotografia e la scritta Pd, e poi, dopo qualche giorno, lo ha riaffisso uguale tranne in un dettaglio, ha cancellato Pd e ha scritto Forza Italia. E così il candidato Giovanni Pistorio ha presenziato ai comizi di sinistra “ma anche” a quelli di destra. Alla fine però il totale degli spostati, ribaltati, trasformati, travestiti, è nella media nazionale dei politici che cambiano bandiera per non cambiare sostanza come Casanova che solo cambiando letto restava Casanova. Con la speciale saggezza di affidare persino il razzismo padano a un vecchio ceto democristiano.

I quattro candidati rispettabili sono: a destra Nello Musumeci, “il fascio per bene”, come dice anche Leoluca Orlando, e il grillino Giancarlo Cancelleri, geometra ed ex magazziniere, “lo sfascio per bene” dice ancora Orlando. Di Maio gli ha imposto di vestirsi in giacca e cravatta, ma rimane un uomo semplice che, tra italiano e dialetto, fa proposte bislacche a partire dal reddito di cittadinanza finanziato dai vitalizi dei deputati regionali. Dall’altra parte c’è Claudio Fava, che è la sinistra e l’antimafia più nobile, di nuovo sotto scorta perché minacciato dalla famiglia Ercolano: rischia di essere una candidatura-testimonianza, ma spera in “un voto in più del candidato del Pd”. Di sicuro ha avuto bisogno di un po’ del suo famoso coraggio civile per esibirsi in comizio con D’Alema, il ludopatico che non riesce a sottrarsi alla dipendenza compulsiva del duello con ogni sinistra che non sia lui, il leader che per vincere ha bisogno di perdere. Insomma anche se Fava è una bella candidatura, nella Sicilia dei paradossi “è meglio avere torto con Renzi che ragione con D’Alema”. Il quarto candidato, quello del Pd, è Fabrizio Micari, rettore di Palermo, scelto da Orlando “per fare un regalo a me” dice Musumeci”. E Fava aggiunge: “Orlando è un bravo sindaco, ma si nutre di carne umana”. Infine “perderemo con dignità” ha confidato lo stesso Micari in una cena privata citando, molto a proposito, Gesualdo Bufalino: “I vincitori non sanno quello che si perdono”. Ingegnere, competente, di bei modi e di bella famiglia Micari ha esordito riproponendo il Ponte sullo stretto perché in tutto il mondo i ponti si costruiscono e proprio quando sono opere di grande ingegneria, anche finanziaria, diventano simboli della modernità e del progresso come il tunnel sotto la Manica che collega Parigi e Londra ed è resistente alla peggiore Brexit, malgrado i bilanci siano ancora in rosso. Dunque ha proposto il Ponte anche come simbolo della sinistra. Poi, però, qualcuno gli ha detto che secondo i sondaggi, i siciliani, proprio perché vorrebbero il ponte, non credono ai politici che parlano di ponte in campagna elettorale, lo considerano propaganda, polvere di stelle, petardi, squilli di fanfara: i sondaggi insomma dicono che in Sicilia “ chi parla di ponte perde voti, ma chi davvero lo facesse diventerebbe lo stupor mundi” come Federico II perché i traghetti sono “uora uora arrivau u ferry boat”, sottosviluppo e ferraglia, la condanna all’antropologia di Ferribotte, il siciliano di Monicelli, piccolo, nero, la coppola e i baffetti, un “solito ignoto” che gira con una bellissima sorella con gli ‘occhi ladri’, Claudia Cardinale, alla quale ogni tanto dice: “Componiti, Concetta!”. Il traghetto è l’arcaismo dello Stretto che è la scorciatoia che i mari e gli oceani hanno inventato per ridurre i tempi dell’incontro. E meno male che ci sono gli aerei perché è finita anche la poesia di Scilla e Cariddi, quella malinconia che ci prendeva quando, attraversando lo Stretto di notte, dal grande buio uscivano le luci del porto di Messina e, lontanissime, quelle di Reggio, e nel cielo nero brillava, all’estremità della costellazione dell’Orsa Minore, la piccola stella polare che indicava a noi siciliani il mitico Nord.
Enzo Bianco, che sostiene sia il Ponte e sia Micari con grande passione, ammette che in Sicilia orientale quel suo nome – Micari – non lo ricorda nessuno. Eppure è qui che si gioca la partita, è qui che il catanese Fava sfida il palermitano Micari, ed è soprattutto qui che il fascista catanese (di Militello) Musumeci chiede voti a sinistra: “ Per voi sono il male minore” dice. Davvero la sinistra voterà un fascista? “Sì” risponde il professor Uccio Barone, preside di Scienze politiche, esponente storico della sinistra siciliana al quale il Pd aveva offerto un posto in lista: “Ma non è una scelta gridata, anche se io non mi nascondo: lo voterò, nonostante le porcherie che ha in lista, perché ho fiducia in lui e nel suo rigore da destra storia, quella ottocentesca. E aggiungo che molti, nella mia università, lo voteranno”. Dunque la città-chiave è Catania, con la sua bella e piccola metropolitana, un importante progetto urbanistico, ma un imbarbarimento che il sindaco Bianco non riesce a domare, la giungla dove un vigile urbano, Lugi Licari, è stato aggredito e mandato in coma perché si era permesso di bloccare un ventenne che in moto voleva infilarsi in un senso vietato. Ed è una pena trovare Catania ancora così sporca. Di sera, ho visto che tra i tanti rifiuti, forse per spavalda provocazione, c’era persino un divano sventrato sui marciapiedi di via Etnea, “la strada più elegante e bella d’Italia”, aveva scritto Cesare Brandi, la via cantata dalla bravissima Tosca a ritmo di tango: “ che profumo, un bouquet / questa via Etnea / Greci Normanni Occhi Blu / Saracena passion / vento e sale dal mare / un gelato una brioche / Vecchi ambulanti e sciuscià / creme da barba / parfume France / limoni e seltz / ventagli e jazz “.
Chiedo a Musumeci: “Chi voteresti, escludendo te stesso?” E lui: “Per me Fava è troppo ideologico, ma per onestà e coerenza voterei lui”. Giro la stessa domanda a Fava: “Non avrei avuto dubbi se Musumeci non avesse accettato in lista personaggi come Pellegrino, che si appella alle famiglie mafiose di San Cristoforo ed è fratello di un mafioso. Fu lo stesso Musumeci il primo a inviarci un dossier su di lui. Adesso, come può accettarlo in lista?”. Risponde Musumeci: “Lo subisco e ho detto di non votarlo”. E Fava: “Sa bene che a Catania sarà eletto. Come può essere libero un presidente che si consegna ai brutti ceffi, ai cuffariani, ai lombardiani? ” E ci raccontiamo di altri presidenti che si trovarono prigionieri del loro stesso partito. “La gran parte subì. Qualcuno denunziò, e fu ucciso”. E stiamo parlando di Piersanti Mattarella. La Sicilia è stata fatale a tutti i suoi governanti: la maggior parte di essi ha lasciato sepolta qui la reputazione o la vita. Le porcherie nelle liste di Musumeci le governa ancora e sempre Gianfranco Micciché, quello che spiegò il trasformismo siciliano in questo modo: “Evidentemente c’è un motivo per cui Kafka è nato a Vienna e Pirandello è nato in Sicilia”. A questo punto il cronista dell’Ansa si voltò verso un collega e gli domandò: “Ma Kafka non nacque a Praga?”. Per la verità Micciché, professore immaginario che nel suo sito si spacciò per docente “nel Dottorato di ricerca in Trasporti”, era stato già animatore di altri importanti dibattiti culturali. Fu per esempio coprotagonista di un duetto con il regista Luca Ronconi, al quale ingiunse di eliminare dalla messinscena siracusana delle Rane di Aristofane le caricature di Berlusconi, Bossi e Fini. “Ma questo chi è?” chiedeva Ronconi. “E’ Micciché” gli rispondevano. E Ronconi: “Micci-chi?”.
La Sicilia disperata che Micci-chi vuole ora riconsegnare a Berlusconi ha bisogno di un bravo e normale presidente o di un eroe? Il bilancio, in rosso, è stato già una volta bocciato dalla Corte dei Conti (otto miliardi di debiti) ed è certo che nel giugno del 2018 sarà di nuovo bocciato. La Sicilia ha un contenzioso con lo stato al quale chiede arretrati per otto miliardi perché alcuni articoli (mai applicati) dello Statuto speciale prevedono che le tasse delle imprese vengano riscosse dalla regione. Sono inquietanti rivendicazioni che rimandano alla Catalogna e ripropongono come urgente l’abolizione dello Statuto speciale che su repubblica con forza proponemmo già nel 2012. Esistono Regioni d’Italia in cui l’autonoma è virtuosa o magari soltanto utile e storicamente giustificata, ma in Sicilia deve essere abolita per bancarotta economica, politica e morale. E bisogna cancellarla dalla Costituzione, come atto d’amore verso una terra meravigliosa, e liberare i siciliani da un baronaggio feudale che dissipa il più grande tesoro del Mediterraneo, il 60 per cento dei beni culturali del Paese, e oggi si consegna al paradosso del nero fascista che si va ad aggiungere così al nero della lava, al nero dei palazzi e delle chiese, al nero degli occhi e dei capelli, al nero della granita di caffè, a tutte le variazioni insomma del ‘nero Sicilia” – bianco compreso – che è il linguaggio basico dell’isola dove anche il vino e il risotto sono neri. E’ il nero che Tornatore, Scianna e Dolce e Gabbana hanno liberato dallo stereotipo del colore di mafia addirittura rovesciandolo nel “nero allegria” delle donne brune che non più si chiudono, ma al contrario si aprono negli scialli neri, così come Camilleri aveva liberato la guantiera di cannoli che Vito Corleone e Totò Cuffaro avevano degradato a simbolo della politica collusa con la criminalità.
I simboli della Sicilia sono stati così tanto sporcati dalla mafia che persino il bacio adesso va salvato rovesciando lo stereotipo del rituale nero del comparaggio, che è stato pubblico con il vasa vasa di Cuffaro ed è stato segreto con il bacio che Andreotti (non) ha dato a Riina. E invece il bacio è siciliano perché è il bacio censurato, il bacio interrotto degli emigranti al finestrino, i baci di Alain Delon e Claudia Cardinale, il bacio che nella Cavalleria rusticana Turiddu chiede alla mamma “come quel giorno che partii soldato… un bacio, un bacio ancora”, e soprattutto c’è il bottino dei baci salvati di Nuovo Cinema Paradiso, che è l’eros siciliano con quello schermo nero che si illumina di schiocchi di luce. Non è invece meridionale il bacio finto – né contratto né amore – il bacio figurato, flatus vocis, con l’accrescitivo “un bacione”, il kiss kiss in fondo ai messaggi, le xxx inviate per WhatsApp, i baci mai concreti che non sono più i baci degli epistolari romantici (Pirandello, Verga, Capuna, De Roberto, Brancati, Vittorini…), baci così scritti ma così veri che venivano rubati dai postini.

7 thoughts on “NERO SICILIA: LA SINISTRA CHE VOTA “IL FASCISTA PER BENE”. IL PD RISCHIA IL QUARTO POSTO. SI GIOCANO NELLA SICILIA ORIENTALE DI NELLO MUSUMECI E CLAUDIO FAVA LE ELEZIONI-LABORATORIO CHE ANTICIPANO L’ITALIA

  1. Carlo Cittadino

    Egr. Dr. Francesco,

    Arduo e difficile replicare.
    In ogni caso ci provo,
    Mancano 16 giorni al voto e siamo travolti dalle solite notizie in merito a coloro che sono impresentabili e incandidabili. Nessuno prende posizioni e tutti restano nella lista. Nessuno parla di programmi e di futuro. Non si possono votare a scatola chiusa.
    Non si vogliono confrontare e si nascondono per incontri pubblici . Se c’è uno, manca l’altro.
    Pretendono un VOTO a scatola chiusa.
    Purtroppo per i Siciliani, sono previsti altri cinque anni di ambiguità , arretratezza culturale sociale ed economica. In compenso madre natura ci aiuta con tanto sole e mare.
    Carlo Cittadino – Catania

  2. Giovanni Sallemi

    Egregio Dr.Francesco Merlo,
    ho avuto il piacere di interloquire con ella,una domenica, io nella veste di sscoltatore e lei nel ruolo di giornalista famoso che conduce prima pagina. Quella domenica il papa a Cassano allo Ionio scomunicó i mafiosi. Parlammo in po della nostra Sicilia e sell’agricoltUra. Ci tengo molto af avere un suo quslificato e gradito parere sulla situazione economica del nostro sud, che io cerco di analizzare e proporre miglioramenti nrll’artivolo che segue. Grazie!
    http://mobile.agoravox.it/Giovanni-Sallemi

  3. Luciano Signorello

    Egregio dott. Francesco Merlo, analisi approfondita e puntuale la Sua. Leggo spesso suoi scritti e per questo vorrei entrare nel merito di una parte del presente. Lei, per il modo di vedere, è un altro nemico della Sicilia e dei siciliani. Lei è un altro nemico dello Statuto, perchè ha portato soltanto sfascio e potere, ed avrebbe anche ragione. Ma, si è mai chiesto perchè e a chi?
    Intanto questo Statuto non è mai stato applicato e fin dall’inizio è cominciata un’azione di accanimento terapeutico finalizzato alla disapplicazione. La causa principale risiede nell’appartenenza. L’appartenenza degli sgovernanti siciliani, tutti dipendenti da partiti con sede oltre Stretto. Questo non ha fatto altro che utilizzare i siciliani, illusi, solo come bacino di voti. Quindi l’indirizzamento delle risorse verso l’effimero e mai verso la rivistruzione delle basi solide, distrutte con l’annessione subita dopo i saccheggi sabaudi. Quattro soldi buttati al vento per creare eserciti di precari, per manifestazioni saltuarie, per investimenti farlocchi. Salto qualche decennio e arriviamo al dunque. Io Le riconosco dei pregi che altri suoi “colleghi” non hanno, a cominciare dagli approfondimenti sugli argomenti prima di scriverne. Allora si chieda, per favore, com’è che il signor Crocetta si sia fatto convincere dal fiorentino&C., a rinunciare ai contenziosi vinti dalla Sicilia nei confronti dello Stato, sentenziati dalla Corte Costituzionale, non da uno sconosciuto pretore di paesello. Si chieda anche, per favore, com’è che nel giro di un anno, il plenipotenziario assessore al bilancio ha azzerato tutti i crediti vantati nei confronti dello Stato, dichiarandoli inesigibili e facendoli approvare da una maggioranza farlocca che poi disconosce Crocetta e con l’indifferenza di una pseudo opposizione che ora si presenta come unica firza in grado di salvare i siciliani. Non sarà così. Sarà sempre la stessa storia, le stesse risorse buttate al vento e così Lei e i suoi “colleghi” potrete sempre inveire contro le nefandezze dell’Autonomia. Ma le nebbie dei finanziamenti sprecati si stanno diradando. Finalmente un manipolo di siciliani ha deciso di reagire e si presenta alle elezioni. Sono pochissimi, sicuramente non arriveranno a superare la soglia di sbarramento, però Lei non se ne è accorto. Infatti non ne parla. Ma quando i semi cadono nel terreno, poi germinano e generano piante che producono fiori e frutti. Ci vorrà sicuramente del tempo. Ma i semi stanno germinando. Se guarda attentamente il terreno se ne accorgerà.

  4. Franco D'Alesio

    Belle le sue parole e, come sempre, puntuale l’analisi di un comportamento odioso da parte di tanti tifosi di calcio. Mi scusi la pignoleria, me nel suo articolo di stamani sulla Repubblica ha scritto che Anna Frank era olandese, in realtà era tedesca. Buon lavoro

    1. Francesco Merlo Post author

      Caro D’Alesio, grazie della pignoleria. Come lei certamente sa, Anna Frank si sentiva olandese e nel suo Diario, scritto quasi interamente in olandese, progetta di appellarsi alla regina perché la faccia diventare olandese. Il padre Otto, tedesco, morì olandese, tenacemente fiero di esserlo sino alla morte (1980): non ebreo tedesco, non ebreo apolide, ma ebreo olandese. Non se so sia giusto sintetizzare, come fanno tutti, questa complessa vicenda di simboli dicendo che Anna era olandese. Di getto, anche io scrivo “olandese” e soprattutto lo fanno molti miei amici ebrei. Rimane vero, come lei ricorda, che è nata in Germania. Ma, come vede, la storia si complica. Grazie davvero.

      1. laura miceli

        vivere a metà tra Cefalù (che è il campionario di quanto descritto nell’articolo) e Roma dove sono nata, altro meraviglioso campionario rende ogni parola soave e terrificante.

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