‘A pranzo con…’ ANTONIO SELLERIO l’erede blu giallo e rosso dell’ultima impresa di Sicilia

DAL MENSILE GQ n° di agosto 2014
Il blu Sellerio è “il colore dei libri” mi dice. Ma è giallo, gli dico.”Il giallo vende, il giallo piace” . Nel paese dove le sentenze non sono mai definitive tutti scrivono gialli infallibili. “Forse per reazione: l’ atto mancato diventa letteratura”. Camilleri è l’ atto mancato dell’Italia? “Capita ai grandi scrittori” conclude con impeto da editore mentre, un metro e 92, si allontana nella notte di Roma lungo il corso Vittorio. Grazie al suo curioso passo elastico di danzatore di samba, fermo e rigido il busto, solo ora Antonio Sellerio somiglia alla mamma, che aveva appunto il passo della casa editrice più svelta ed elegante d’Italia, l’energia avvolgente che, parafrasando Sciascia, vive e fa vivere la verità: “Non sono neppure sfiorato dall’idea di misurarmi con mia madre. Ho, semmai, la speranza di fare le cose che avrebbe fatto lei”.
E cammina dentro Roma con lo sguardo amoroso che Savinio aveva per Milano, respira l’odore della città. Sciascia preferiva Milano.”Ho studiato alla Bocconi”. Dove stava a Milano? “In via Solferino. I miei comprarono lì una casa con il consiglio di Caterina e Vincenzo Consolo”. Il milanese Oliviero Toscani dice, per paradosso, che bisognerebbe far scegliere i condannati: o la prigione o la Bocconi. “Perché?”. Sostiene, penso, che è la scuola dei padroni italiani e dunque dell’illegalità.” C’è del vero, ma non tutti i bocconiani sono uguali”. Si iscrisse alla Bocconi per scappare? “No. Di sicuro cercavo un futuro fuori dai libri. Ma non per fuggire. E infatti mi sono laureato con una tesi sulla Sellerio”. Vale a dire su sua madre. “ La casa editrice era in crisi. Mia madre, anche per liberarsi, aveva accettato di presiedere la Rai. Fu una sfida”. Perché si è disamorato di Milano? “E’ una città dove molti hanno denaro, ma nessuno fa più impresa. Anche nella finanza, ci sono solo filiali internazionali. Direi che l’ultimo è stato Berlusconi con Mediaset”. Grettezza? “Non mi va di pontificare”.
Lei non somiglia fisicamente né a sua madre né a suo padre. “Somiglio a mia nonna, che era russa”. Ha però conservato, insieme al passo di sua madre, il mutismo di suo padre: “brevi frasi piene e rare” e poi il Silenzio. “Anche Sciascia appariva così”.
Nella collana il Divano, che è parola araba, diwain, il luogo della seduzione eloquiale, Sellerio pubblica gli aforismi sul parlare del Tommaseo che cercava l’incrocio della concisione con la precisione. A volte Antonio risponde con benevoli suoni gutturali, monosillabi di circostanza: “Dire niente in maniera incomprensibile è un esercizio diffuso. Capisco che riesca difficile accettare l’ antidoto del dire niente per essere compresi”. Enzo Sellerio, che era nodoso e solitario, agli amici mandava cartoline con brevissime frasi, alla Karl Kraus: “aveva l’occhio del grande fotografo amato dai giornali stranieri, ed era sempre attento all’arretratezza e alla tenerezza del mondo antico”. Antonio insomma ha trascorso la giovinezza “in un mondo che amava così tanto la parola da considerarla uno spreco”. Elvira Sellerio invece amava la conversazione che cominciava con ‘Amico mio …’ , come racconta appunto un amico speciale della casa editrice, il grande italianista Silvano Nigro in ‘La sirena e i suoi libri,(’Edizioni Henry Beyle), una miniatura amorosa della Signora che aveva ‘la voce calda, un fruscio di foglie mosse dal vento’. “Con la morte di mia madre gli amici sono diventati ancora più amici” dice Antonio. E forse anche i figli sono diventati più figli e, come il Pasolini della ‘Ballata delle madri’, ora la sentono come la migliore delle proprie qualità: ‘Mi domando che madri avete avuto … ‘. Tuttavia anche la Signora, ricorda Antonio, “diceva che un editore deve essere silenzioso e discreto”. Nel catalogo Sellerio c’è ‘L’arte di tacere’ dell’ Abate Dinouart, ma forse ci vorrebbe un libro sul silenzio nell’Italia delle chiacchiere (Sciascia, Bufalino e i Sellerio; il sardo Berlinguer e il bresciano Martinazzoli; Alessandro Manzoni , Luigi Einaudi, Enrico Cuccia, ma anche Totò, Battisti, Mina e poi ‘taci il nemico ti ascolta’, l’omertà, l’incomunicabilità … ).
Ascolto dunque il silenzio di Antonio al ristorante San Lorenzo mentre mangia pesce bollito, maionese e patate lesse: “So che è banale, ma mi piace rifugiarmi a New York. E la mia città resta Palermo. Credo che una gran parte di Palermo voglia bene alla casa editrice”. Il marchio Sellerio è l’ultima piccola grande bandiera dell’impresa in Sicilia. “Persino Averna ha venduto l’azienda” . Rimangono Sellerio e … “e l’Etna”.
Quanti libri pubblica ogni anno? “70”. Li racconta uno per uno. E’ forse il solo catalogo italiano che non fa concessioni a cantanti, cuochi, attori comici, domatori di pulci … E’ per questo, e non per nostalgia, che Antonio non ha cambiato nulla in via Siracusa, “è vero, ci sono ancora il divano di Sciascia , la stanza di mia madre: abbiamo spazio, lo spazio-tempo della fisica”. Ha vissuto con suo padre o con sua madre? “Con entrambi, anche se di più con mia madre. Erano separati, ma i loro appartamenti erano vicini, e la casa editrice ci riuniva”. Doveva essere uno strano menage nell’Italia familista. Sua madre aveva sempre la sigaretta tra le mani e Sciascia pure. Lei fuma? “Mai fumato”. Quando si rivolgeva a Sciascia come lo chiamava? “Era molto affettuoso, ma ero un bambino di 11 anni quando è morto. Mia sorella, che è più grande, aveva un rapporto più intenso”. Sua sorella si occupa della Sellerio? “Condividiamo tutto”. E’ cresciuto nelle scuole private? “No. Solo alle elementari, dalle suore, al Gravina. Il liceo classico al Garibaldi”. Infanzia cattolica? “Non ho fatto neppure la prima comunione”. E’ credente? “No”. Sua madre lo era? “A suo modo”.
Gli avevo detto che non sarebbe stata la solita intervista sugli editori indipendenti e su Amazon, ma non riesco a sfuggire ad un accenno alle grandi catene “che non mi discriminano, anche se è inquietante pensare che affidiamo alla concorrenza la distribuzione e la vendita dei nostri libri”. Perché aprono ristoranti? “ Non c’è ragione di credere che fra 5 anni gli italiani leggeranno di più”. Aprirà il caffè Sellerio? “Non ci penso nemmeno”.
Si può dire che Camilleri ha salvato la casa editrice? “Si può dire”. C’è stato un momento in cui gli editori concorrenti vi rubavano gli autori. “Le banche non facevano più crediti. Ci davano per spacciati.”. I peggiori? “Quelli che ora mi dicono: sua madre voleva a tutti i costi che scrivessi questo libro, glielo affido. I ricordi mi aiutano a riconoscere anche le millanterie, le intimità inventate”. Li smaschera? “ Preferisco agire appartato, qualcuno dice nascosto”.
Ma come può nascondersi a Palermo un uomo alto 1,92 con i capelli rossi? “Mi si vede”. La sua impassibilità, il suo distacco sono dunque nascondigli, antidoti ai capelli rossi? “Il mio problema coi capelli è che me ne restano pochi e li ho pure persi presto. Mio padre mi prendeva in giro: ‘hai meno capelli di me’”. Ma certo Sciascia aveva intorno il piccolo Antonio quando nel 1979 riempì 4 pagine sui rossi: Giovanni Verga, “che scrisse Malpelo ed era rosso di capelli”; Jules Renard, “che scrisse Pel di Carota ed era rosso”; Gesù Cristo “che nella tradizione popolare tirava al rosso”, come del resto il suo traditore “rosso, faccia di Giuda”. E’ stato maltrattato? “ Mai. Anzi.”
Dunque è protetto da tre colori, il ‘blu Sellerio’, il ‘giallo Camilleri’, il rosso dei capelli: troverà un altro Sciascia o un altro Camilleri? “ Mi arrivano tremila ‘manoscritti’ l’anno”. Li legge tutti? “Molti.”. Di chi si fida? “ Di un vecchio e di una ragazza: il dottor Aiello, che ha 90 anni, e Delia Poerio”. Ci sono più talenti o più bidoni? “Mi creda, i bidoni non esistono”.

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