Benigni e Scalfari al teatro San Carlo ARTU’ E MERLINO SULLA ROCCA DI NAPOLI

NAPOLI – Quando sono entrati in scena il novantenne barbuto, elegante e saggio e l’artista irrequieto, scapestrato e affamato di vita, il magnifico San Carlo, tutto d’oro e di legno, ha capito subito che quella non era solo una riuscita coppia di ruoli, ma era una potentissima alchimia italiana. E difatti, come nel film di Walt Disney, Scalfari sembrava il Merlino che giocava e Benigni l’Artù (ovvero Semola) che progettava di estrarre la spada dalla roccia. E il pubblico, arrampicato sino al loggione del sesto piano, non applaudiva solo le battute divertenti sulla Norma, la Traviata e le altre ‘grandi opere’ come i Pagliacci e … il Mose di Venezia, ma al contrario onorava con il battimani la serietà dello scherzo, non le gag e gli sberleffi alla corruzione, alla politica, alla demagogia del ‘selfie’ di Renzi che Roberto parodiava cliccandosi uno ‘Scalfie’ con Eugenio, no, in piedi Napoli, di nuovo capitale, acclamava quello stile, quel gusto, quella cultura, quel mondo che una volta erano soltanto suoi, di Merlino voglio dire, e oggi sono di tutti noi.
Certo, è facile esagerare con la retorica quando repubblica deve parlare di repubblica, ma io ieri mattina mi sono staccato da me stesso per godermi il dialogo di Scalfari e Benigni, come se mi fossero lontani. E così ho capito che quello del San Carlo è lo Scalfari che la sera andava in via Veneto, quello che distingueva il passo di rumba dal colpo d’anca del mambo. E con lui non c’era il Benigni che recita l’inno del corpo sciolto,”noi ci svegliamo e dalla mattina / il corpo sogna sulla latrina”, e neppure quello dei mille nomi dell’amore – la gattina, la chitarrina,la passerottina, la fisarmonica… – ma il Benigni secchione, quello prodigioso del film ‘La vita è bella’, l’ uomo di genio che fece dell’ Olocausto un fumetto etico e da almeno trent’anni sì è messo a studiare, sino a diventare un vero Chaplin italiano, il solo che il nostro Paese abbia mai avuto, filologo dantista, ermeneuta del pensiero, custode della Costituzione e tuttavia ancora e sempre comico straordinario, una figura incredibile e preziosa che fa dannare l’ Accademia italiana, gli specialisti, i Balanzone di crusca e frumento.
E perciò ieri Scalfari con amore lo canzonava come si fa solo con gli amici elettivi, con le affinità amicali, e lo eleggeva, in un crescendo decrescente, capo dello stato, presidente del consiglio, rettore, maestro elementare e … Papa.
Ebbene, guardando sul palco del san Carlo quel Merlino che si sta asciugando un tanto al giorno, e ha il passo leggero come una carezza, era facile sbagliarsi dimenticando che è capace di appassionarsi, di polemizzare, ma solo con la gente con cui ci si intende anche quando ci si morde, e pure di rompere con durezza. E che, ogni volta che si accende nel fuoco della critica per arrostire anche se stesso, ritorna meno vecchio di quando era partito. Insomma, è un puro spirito che non ha tregua e che non dà tregua a nessuno, nemmeno a me, che non lo ho mai avuto come direttore, ma capisco qui che dobbiamo tutti adeguarci alla lezione dell’ironia e del gioco di quei due. E perciò mi viene da intonare la canzone della spada nella roccia – “per ogni su c’è sempre un giù / per ogni se c’è sempre un ma / per ogni qua c’è sempre un là” – quando Artù replica così alla felice canzonatura di Merlino: “Ha incontrato in fila Renzi, Napolitano e il Papa. Cosa c’entro io?”. E ancora: “E’ andato dal Papa per parlare di Dio. Poi è uscito, lasciando il Papa e Dio a parlare di Scalfari”. E’ un duetto, un duello che incita alla sovranità del riso, del fascino, dello spettacolo, ma intanto racconta l’Italia convocando i fantasmi, ciascuno i propri, quelli nominati come Troisi e Calvino e Berlinguer, e quelli sottotesto, come Pannunzio e il partito d’azione, il risorgimento, i grandi borghesi del rigore dei conti…, e poi tutti i disarticolati, da Karl Valentin a Totò, dal Puntila di Brecht al senso della favola di Carlo Collodi, fino all’ironia dello stesso Artù che dice che Merlino “è un monumento, il suo libro sta tra Sartre e Schopenhauer”. E ancora :”Ai suoi tempi repubblica non usciva il lunedì perché Lui la domenica riposa”.
C’era, ieri al san Carlo, l’energia biforcuta di un’Italia di cui Merlino e Artù sono entrambi paladini ma di cui Merlino è stato l’inventore, lo maggior corno della fiamma antica, un’ Italia che sarebbe rimasta aristocrazia e snobismo, e qualche volta forza traente, ma pur sempre la grande speranza delusa della nostra democrazia, e invece adesso è opinione pubblica, sistema, cultura diffusa, e speriamo vincente, che è anche cinema, musica , eleganza formale, grammatica etica ed estetica, un modo di vestire, di leggere, di viaggiare, di scrivere e di far scrivere.
Anche quell’ Ulisse, che alla fine Benigni ha dolcemente spiegato e magicamente recitato, Merlino lo vorrebbe a repubblica, in prima pagina: corrispondenze dall’Inferno, che è dimora del genio e delle sfide, degli eroi, di un cosmo dove l’uomo sfida Dio, una sfida d’amore e di gratitudine a un Dio complice perché, come ha spiegato Benigni, “che mediocrità d’Inferno sarebbe senza Ulisse?” E qui Merlino gli ha detto che ritirava tutto: “Niente capo dello stato, premier, rettore o Papa. Tu sei un Poeta”.E alla fine pochi si sono accorti che, mentre lasciavano il palcoscenico, Merlino ha colpito Artù sulla guancia con un colpo leggero, un moto di simpatia e di confidenza, non affiliazione ma filiazione, un viatico di poesia.
C’è infatti anche questo – la poesia – nell’Italia che vuole estrarre la spada dalla roccia e che Napoli, più ancora di Bologna e di Firenze, ha appassionatamente cercato in questi giorni con una fame di idee e di partecipazione civile che non è esplosa soltanto al San Carlo con gli applausi a Benigni e a Scalfari. Certo, anche la passione di Napoli è un argomento a rischio retorica. Una cosa però la possiamo dire: merita un risarcimento questa città dove per ogni basso di spazzatura c’è una vetta di sapienza e un’altra di eleganza, c’è l’ umanesimo sofferto della sola grande capitale che abbiamo avuto e che – mai dovremmo dimenticarlo – oggi sta a Roma come Pietroburgo a Mosca e come New York a Washington. L’Italia deve delle scuse a Napoli dove, tra corni rossi e pulcinella, c’è, in attesa di regista, “la più grande bellezza”. In tre giorni di repubblica delle idee lo abbiamo capito e non lo scorderemo più: qui, dove ha trionfato l’astensionismo, c’è già al lavoro il laboratorio della nuova Italia.

One thought on “Benigni e Scalfari al teatro San Carlo ARTU’ E MERLINO SULLA ROCCA DI NAPOLI

  1. bruno torre

    Apprezzo l’articolo di Merlo e mi spiace non aver presenziato all’interessante e divertente, ma al tempo stesso colto recital di Benigni, forbito, letterariamente e storicamente informato come sempre. Prendo atto del riferimento ad una Napoli dalle tradizioni storiche e artistiche importanti, che ne fanno un riferimento di rilievo nel panorama politico e culturale tormentato del nostro paese. Grazie a Merlo, oltre che a Benigni e Scalfari.

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