La sicilitudine e l’imbroglio dell’identità / SIAMO TUTTI MELANZANE CONFUSE

 

(LA SICILIA 31 12 2012) <Proprio lei mi parla cosi?> mi disse un giorno di molti anni fa, a Milano, un venditore di materiale elettrico che cercava di imbrogliarmi sul prezzo, <proprio lei  che è siciliano come me?>.  <Io sono siciliano> gli risposi <ma non sono come lei>. D’istinto, senza accorgermene, avevo aggredito il luogo comune che ha fatto alla Sicilia altrettanti danni della mafia, e cioè ‘la sicilianità’ che, ancora di più nella versione letteraria di sicilitudine,  non è intesa come dato anagrafico, ma come specialità, una sorta di qualità del liquido seminale, una separatezza insomma che ci renderebbe uguali, noi siciliani nel mondo, ma diversi da tutti gli altri abitanti della terra.

    Non è vero che in Sicilia una finestra chiusa significa paura, che un uomo che ride è Liolà,  che i cittadini che vogliono farsi i fatti propri  sono per forza omertosi, che una donna vestita di nero a Catania  è un sospetto di lutto o l’allegoria di una lupara mentre a Parigi lancia un segnale sexy. E non è vero che un uomo che si appisola  è un ‘don Giovanni in Sicilia’, che tutti i malviventi sono mafiosi, che il pranzo è una mangiata, che un amico è un complice, che un amore è tragedia, che un bacio è tradimento, che uno sguardo è un ingravidamento. Non è vero che in Sicilia non c’è fondo senza sottofondo, che tutto è confusamente pirandelliano, vale a dire incomprensibile, e che la salsa di pomodoro solo qui è meravigliosa e indimenticabile, che il nostro mare è il più bello del mondo …

   Quando lavoravo a Milano ho conosciuto un correttore di bozze che invitava a casa solo siciliani, il menù era pasta alla norma, baccalà alla messinese e cannoli di ricotta, sul giradischi metteva ‘ciuri ciuri’, aveva la casa decorata come un teatro dei pupi, ci chiamava tutti ‘mpare’ e incoraggiava il figlio sempre allo stesso modo: <Ricordati che sei siciliano>. Gli feci notare che il ragazzo era cresciuto a Milano, era nato a Como,  la madre era di Piacenza. Mi guardò storto:<Il sangue siciliano non è acqua>. E certe volte mi diceva: <Ti parlo da siciliano>. Oppure: <Scusa le mie  contorsioni da siciliano>. Prima pensai che non era siciliano ma scemo. Poi decisi che, nel suo caso, ‘siciliano’ e ‘scemo’ erano sinonimi.

   Quando Falcone incontra  Buscetta <da siciliano a siciliano> si riferisce a un codice che non è scritto ma che si respira nell’aria. E’ il codice della comunità mafiosa. Falcone esce da sé e ‘scende’ in quel codice che doma e domina per domare e dominare il mafioso. Ecco: per domare e dominare i cani bisogna conoscerne e praticarne il codice, ma questo non significa che il domatore di cani mafiosi è un cane mafioso. Anche Piero Grasso ha raccontato che Provenzano stava immobile,  quasi senza respirare, perché qualunque cenno e persino la forma del suo silenzio potevano essere interpretati come una risposta che non voleva dare. Grasso dice di avergli parlato <da siciliano a siciliano>. Per tentare di domare e dominare Provenzano, Grasso si è  inoltrato nel codice di una sottospecie che il mafioso – solo lui – crede sia la Sicilia e dunque tutto il mondo. Ma davvero l’ identità siciliana è fatta di incaprettamenti, sgozzamenti, scannaciareddi, lupare (che erano le armi dei pastori contro i lupi), sbirri, forni per cremare i morti ammazzati… e <umanità piena di vento> come diceva don Mariano Arena?

  La mafia non è antropologia, il mafioso non  è mafioso perché  è siciliano. Io credo che se Sciascia fosse vivo si appassionerebbe certamente al tema dell’ identità.  E io direi al grande Sciascia che non mi sento di appartenere a nessuna delle cinque famose classificazioni di don Mariano Arena e non perché oltre agli uomini, i mezzi uomini,gli  ominicchi, i piglianculo e i quaqarquà ci sono anche i francescomerlo, ma perché la gran parte dell’umanità non sta dentro quel codice. Lì c’è solo l’ identità degli uomini  secondo la mafia, c’è la natura in cinque variazioni della sicilianità che non esiste se non come codice mafioso e come drammaturgia e letteratura, come retorica che affascina tutto il mondo ma condanna la Sicilia alla marginalità.

    Ebbene, ogni volta che ho tentato di spiegare che questa Sicilia separata e speciale non è più l’isola del Mediterraneo dove sono nato ma un’invenzione dei giornali, una furbizia degli scrittori e un’arma della mafia io mi sono  trovato contro proprio i siciliani perché l’ossessione di tanti miei compaesani è quella di essere diversi, speciali, particolari, unici. E temo che questa nostra ossessione identitaria sia tipica di chi, come per esempio i portoghesi e i greci, avendo vissuto accanto alla gigantesca bellezza, alla grande storia e a una straordinaria cultura non si rassegna a vivere oggi di miseria morale e culturale, di criminalità feroce e di criminalità politica, con le strade più scassate  e più sporche d’Italia, le scuole degradate, i trasporti extraurbani radi e inefficienti, i porti interrati  e caotici, le aree industriali abbandonate (le cosiddette Asi), le città coperte di rifiuti, gli scandali insensati  come quello dell’aeroporto di Comiso, pronto e fermo,  dove il sindaco gioca al pallone e si sfoga a correre con le sue auto di lusso, il naufragio del sogno industriale di Termini Imerese, la mancanza di un piano energetico, l’attesa vana di un collegamento autostradale Nord-Sud, la catastrofe dell’agricoltura, lo scempio ambientale di Milazzo, il nanismo turistico, la spaventosa incuria dei beni culturali…   

   Ho descritto a grandi linee  la vera Sicilia. La sicilianità ne tiene in vita un’altra dove nessuno ha mai messo piede: Sicilia è una voce, alla lettera S, dopo Shangri-la e prima di Spoon River, di quel Dizionario dei luoghi immaginari la cui consultazione scriveva Italo Calvino <è indispensabile>. La Sicilia dunque non più come metafora ma come espediente, la proiezione di un disagio arcaico e di una retorica da esule che ha trasformato una grande cultura in pregiudizio, l’intelligenza in furbizia, la letteratura in retorica. E bisognerebbe davvero che qualcuno, nel 2013 che arriva, avesse la forza di organizzare una rivoluzione culturale, una sorta di guerra di liberazione contro l’imperante, dilagante, ossessivo cretinismo sicilianista.

  Per esempio, l’omosessualità del presidente della Regione, il simpatico Rosario Crocetta, è stata raccontata come una sicilianità da isola di Brancati, un’eccentricità così pittoresca che ancora oggi, ogni volta che si scrive di Crocetta,  si specifica che il presidente  è gay . Bertrand  Delanoe, che è sindaco di Parigi dal 2001, è un socialista magro e tagliente che un giorno di tanti anni fa rivelò la sua omosessualità e non è mai più tornato sull’argomento e nessuno ne ha più parlato. E’ un sindaco elegante e rassicurante per le famiglie, sobrio, senza sbuffi: sulla sua vita privata non si conosce quasi nulla . Perché è francese? Non scherziamo.

    Invece, di Crocetta sappiamo tutto perché il suo spin doctor Klaus Davi ha puntato non sulla personalità ma sul personaggio, non sulle sue qualità ma sulla sua sicilianità d’assalto, e lo esibisce a Domenica in, ne ha macchiettizzato anche l’omosessualità  perché –  lo dico con simpatia –  Crocetta si è prestato. Anche la sua ricerca di figure importanti da inserire nel governo è tutta dentro la logica del reality, la Sicilia come Isola dei famosi, con le sparate dello stracotto  Zichichi e la politologia di battaglia di Battiato che, senza la meraviglia e la grandezza della sua musica, è ovviamente inadeguata. E però  Crocetta meriterebbe più rispetto, a partire dall’autorispetto, non fosse altro perché ha portato al governo, ed è la prima volta nella storia della regione,  quella sinistra siciliana che mi è cara perché è fatta di gente per bene, magari qualche volta  trinariciuta, ma pulita, preparata e sicuramente degna di essere finalmente messa alla prova. E’ un patrimonio prezioso che Crocetta ha il dovere di  non disperdere nel pittoresco e nella sicilianità.

  L’ idea sicilianista sta infine tutta cristallizzata in quello Statuto della Regione, in quella Autonomia che  – lo ribadisco dopo il dibattito di questa estate sulle pagine di Repubblica – andrebbe abolita al più presto perché fallimentare sul piano economico, politico e morale. L’Autonomia ha prodotto un ceto parassitario che non ha eguali uguali in Europa, ‘la casta con le sarde’ l’ho chiamata, che non è solo prepotenza e satrapia, ma è anche mafia, anch’essa speciale, e con un eccesso di pittoresco da ultima provincia forse perché  della paccottiglia sotto culturale sicilianista fa parte anche la presunta ineguagliabile squisitezza del pane, della salsa, della frutta, del pesce , ma anche del cielo, del mare e del sole, del basilico – u vasilicò – che va innaffiato di notte,  e delle famose melanzane, che ci ostiniamo a chiamare ‘melenzane’, e che il mio amico Tino Vittorio, efficacissimo maestro provocatore , ha messo al centro  <di quello sproposito che è l’identità costruita sulla geofisica come il pomodoro di Pachino o l’uva di Mazzarrone o il carciofo di Raddusa, un’identità che ci rende tutti melenzane, tante melenzane confuse>.

  Con la globalizzazione, questo Statuto di politica, di natura e di antropologia speciali ha perso anche quella simpatia risarcitoria che poteva  ancora avere nei tempi dell’ emigrazione, quando attraversavamo lo Stretto di notte e dal grande buio uscivano le luci del porto di Messina e, lontanissime, quelle di Reggio. Nel cielo nero brillava, all’estremità della costellazione dell’Orsa Minore, la piccola stella polare che indicava a noi siciliani il mitico Nord.

27 thoughts on “La sicilitudine e l’imbroglio dell’identità / SIAMO TUTTI MELANZANE CONFUSE

  1. Piccola Dorrit

    Mi colpisce che Lei per l’ultimo dell’anno faccia un post sulla Sicilia e la sicilianità… hmm … ne deduco che l’argomento le sta a cuore… ha attinenza con le vecchie cose che il 31 Dicembre si avrebbe licenza di buttare dalla finestra! Siccome sono per metà siciliana, mia madre era concittadina di Pirandello, la sicilianità m’interessa. Per esempio, con le scadenze del 31, dovendosi addentrare il cittadino nelle pieghe della burocrazia ministeriale, nella sua lentezza, nel suo precisare molto più a vantaggio dello Stato e molto spesso distratto o muto nei confronti suoi, beh pare che questa sia stata dovuta – forse ancor oggi – ai funzionari siciliani e altri meridionali. Così identificava Sebastiano Aglianò, siracusano d’origine, in un libretto che mi ritrovo in casa, con la prefazione di Sciascia e alcune incisioni di Domenico Faro, “Questa Sicilia”, Corbo editore.
    Sono d’accordo che lo statuto speciale e l’autonomia regionale andrebbero aboliti ma non per questo bisogna rinunciare all’identità, perchè questo è un nodo importante nell’intero Paese Italia che è fatto di tante identità.

  2. Piccola Dorrit

    … E dove per identità intendiamo i segni che la storia ha inciso nel caratteri dei popoli, anche come difetti di cui però prendere coscienza, il bagaglio culturale linguistico e letterario – e la Sicilia da questo punto di vista ne ha molto, a cominciare dalla scuola siciliana di Cielo d’Alcamo, tra le prime per il poetare in volgare, come riconosciuto da Dante, ad oggi dove non a caso, da Sciascia a Camilleri, ai siciliani non manca di primeggiare nella scrittura. Dunque l’identità come memoria del passato, bagaglio culturale con cui presentarsi nel mondo globale per non perdersi in esso.

  3. andrea esposito

    Articolo bellissimo. Io sono napoletano e credo di capire bene di cosa parli, pur non avendo lo statuto speciale e altre peculiarità tutte siciliane… Ti faccio i miei migliori auguri di buon anno! Grazie per i tuoi articoli, video articoli e altro, sono una fonte preziosissima per me!

  4. Angelo Libranti

    Un articolo crudo, esaustivo sulla condizione dei siciliani e della loro “sicilianità” .
    Non drammatizzerei però, perchè tutta l’Italia è fatta da tante comunità legate al loro essere ed al territorio nel quale vivono, tutte più o meno accomunate fra loro da caratteristiche, di fondo, simili.
    Il lettore Esposito, per esempio, è d’accordo su tutto quanto viene descritto e ne comprende, da Napoli, le caratteristiche comportamentali, uguali a quelle dei campani.
    Altro esempio quello dell’omertà, deprecato in Sicilia e Sardegna come luogo comune, ebbene anche nelle grandi città del Nord, e non solo, per quieto vivere non vedono e non sentono e se proprio erano presenti, dormivano ad occhi aperti.
    La mafia, purtroppo, è diffusa in tutta Italia con altri nomi, altri riti e una comune radice criminale.
    Non parliamo poi della figura di merda di Bossi, coniuge e figli, nobili figure padane dal motto: Roma ladrona, sorpresi con le mani nella marmellata dei rimborsi a carico della comunità, degli eccessi di stipendio e di una vita disinvolta fra auto blu e prebende varie, come normali lavoratori a palazzo dei Normanni, sudditi di Raffaele Lombardo, il cui figlio è in tutto e per tutto uguale al Trota.
    La “sicilianità” descritta, per fortuna, si riscontra solo nelle vecchie generazioni a conferma di quell’ossessione identitaria nostalgica di glorie passate che i giovani, in gran parte, rifiutano.
    Credo che anche l’ultrasessantenne Merlo sia schiavo di luoghi comuni e, come giustamente scrive la piccola Dorrit, ha sentito il bisogno, il 31 Dicembre, di buttare tutto dalla finestra.

  5. Daniela

    Il tuo bellissimo articolo mi fa pensare al concetto di Sicilia che “isola”…..l’ isola non promessa di viaggi ma isola-barriera.
    Ciao

  6. gianni

    L’intervento è, per certi aspetti, struggente. Il tentativo di un fuoriuscito di omologarsi e omologare la sua terra alla categoria dello spirito della “normalità”: non siamo tutte melanzane confuse. Ma, a vedere i pochi commenti suscitati (su altri argomenti assai meno importanti ce ne fu una caterva) si direbbe che la “sicilianità” ha risposto a modo suo: col silenzio. E qualcosa, questo silenzio, vorrà dire. Non sono particolarmente ferrato in antropologie sociali, ma se una regione, la nostra più estesa, nel terzo millennio ha ancora a che fare con un fenomeno barbaro e totalizzante come la mafia, una “specialità” deve averla di sicuro. Come, del resto, tutto l’ex regno delle due Sicilie sfregiato da fenomeni analoghi: il territorio visto come “cosa nostra” e militarmente presidiato. Ecco: non tutte le finestre siciliane sono chiuse per paura, Ma il sospetto che lo siano è più che fondato. Come è più che fondato il sospetto che ad alimentare e dare ineusaribile manovalanza a quel truce fenomeno non siano solo povertà e disoccupazione. Certo, sarebbe bello e auspicabile che ogni francescomerlo, abitante però un quartiere palermitano o catanese, potesse fare il francescomerlo senza cataloghi o codici umanitari di stampo mafioso, e che ogni donna siciliana di nero vestita ostentasse solo grazia e avvenenza. Ma quel bieco “bisogna convivere con la mafia” pare abbia ancora sufficienza di suffragi e proseliti, e che quindi molta della “specialità” siciliana, sicuramente apocrifa , ha libero corso nell’immaginario popolare. Il giorno in cui sarà trovata la cura di quel cancro e ogni siciliano potrà ridere della mafia come di un incubo finito, solo allora la “sicilianità” non avrà più niente di speciale.

  7. nellina laganà

    da piccola ho guardato quel cielo dal traghetto,mentre mi trasferivo a Udine con la mia famiglia.ero interdetta ma stranamente euforica.non ero un’emigrante per necessità,ma per trasferimento,diciamo. Mio padre,ricordo,sembrava avvilito e pensava al mare,all’aranceto e cose così io invece pensavo che quello che lasciavo lo avrei ritrovato sotto un altro aspetto magari. avevo 5 anni e fino ai 15 non ho mai rimpianto nulla.tutto è servito a creare le mille sfaccettature della mia esistenza,tutto
    è servito a sentirmi italiana e basta,non mi hanno interessato mai i confini.trovo questo straordinario,un patrimonio immenso.

  8. Johnny Pam Marooned Contino

    Articoli come sempre all’altezza del suo autore…E quest’altro non poteva che esser da meno:DISGUSTOSO e DEPLOREVOLE!!!

  9. patrizia gaspare

    l’autore non conosce la sicilia o i siciliani come vuol far credere, quello che scrive esiste solo nella sua mente malata e contorta… la schiavitù di certi stereotipi esiste solo nel suo marcio ego! si vergogni!

  10. giuseppe isaia

    U sapissi yu unni t’azziccassi na mulinciana caro sig .Uccello. Lei è una persona falsa e infame e appartiene allo stesso branco di quei siciliani che oltraggiano e infangano la nostra identita’ pi na mangiata di pasta .Chi conosce la storia ed ha cultura capirà certamente che lei è proprio na melenzana ma di chiddi fraciti !!!

  11. Piccola Dorrit

    A qualunque regione italiana si appartenga, perchè siamo prima italiani che genovesi, veneti o siciliani… è importante esprimersi con civiltà, cioè come facenti parte di quella vita civile di cui dal nostro medioevo abbiamo dato esempio al mondo.

  12. FRANCESCO DOMINICI

    QUESTO SIGNORE E SICURAMENTE UNO DI QUEI SICILIANI SCHIACCIATO DALLA BANDIERA PIU ANTICA DEUROPA. SECCOME LUI NON PUO VANTARSI DI ESSERE SICULU NON FA ALTRO CHE BUTTARE FANGO IN FACCIA AI SUOI GENITORI CHE LANNO MESSO AL MONDO DA SICILIANO..

  13. angelo

    vorrei rispondere alla piccola Dorrit, devi sapere che la sicilia e la cultura siciliana esiste da più di 3000 anni, ed un siciliano non si sentirà mai prima di tutto italiano, ma solo un siciliano e basta.
    E poi che dire sullo scritto del sig. merlo, lui si deve adeguare a quello che gli dicono di scrivere i suoi datori di lavoro, pertanto se per poter campare la propria famiglia deve infangare 2.500.000 cittadini siciliani lo fà e basta, ora vorrei darle un cosiglio, visto che a lei della situazione che c’è in sicilia non le và giù, bene rimanga a vivere al nord o dove vuole lei la sicilia non ha bisogno di traditori ascari e bugiardi come lei…….

  14. Mauro

    Scusi ma lei come si permette di dire abolire lo statuto di autonomia?? Lasciamo perdere tutte le sue stupidaggini sulla sicilianità, è logico che un Siciliano si senta tale e non vedo il problema di essere orgogliosi dell’appartenenza a questo Popolo isolano che ha una sua peculiare Storia, Cultura, Lingua e Tradizione! La mafia fa parte della Sicilia da quando la Sicilia è italiana, è un dato di fatto l’italietta ha portato alla Sicilia, MAFIA, EMIGRAZIONE, POVERTA’ e DUE GUERRE MONDIALI! Poi una volta che i Siciliani veri e con le palle stavano cercando di liberarsi da queste catene nel 1943 formando l’Esercito Volontario per l’Indipendenza della Sicilia, gente che è morta per la sua Patria, si arriva a un trattato di pace chiamato Statuto Siciliano, e lei saprà benissimo come l’italia non ha mai fatto applicare tale statuto da più di 60 anni, con la complicità del politici siciliani che fanno parte dei partiti romani! E lei si permette di dire che lo Statuto andrebbe abolito? Io mi permetto di dire, O SI APPLICA INTEGRALMENTE O INDIPENDENZA SUBITO! Salutamu!

  15. rosario

    Merlo ha descritto molto bene la nostra incapacita a comunicare nel mondo di oggi,la nostra sicilianitudine e’ spesso patetica ,provinciale e sopratutto puramente metaforica e demagogica,basta vedere la classe politica che abbiamo espresso in questi decenni ,ci siamo fatti babbiare da tutti e questo perche abbiamo anteposto il nostro crederci furbi all’ essere razionali.Non ci facciamo una belle figura,lo dico da siciliano ,siamo troppo superficiali ,spesso ignoranti,imbroglioni e imbrogliabili,non amiamo il nostro bellissimo territorio,non rispettiamo il patrimonio artistico ne’ lo conosciamo.Il fallimento della nostra economia turistica ,agricola e industriale dimostra le nostre incapacita’ ,se poi i miei suscettibili paranoici connazionali si offendono non fanno altro che dimostrare il loro provincialismo e la stupida arroganza di un popolo che non e’ neache tale,essendo il risultato di un crogiolo di razze e culture che in Sicilia hanno dato poco e rubato tanto.Poi il siculo orgoglioso e vanesio non ha rispetto neanche per i suoi coisolani,e’ tipico in Sicilia pulire casa e’ buttare i rifiuti in strada o dal vicino.Sarebbe meglio imparare un po’ dagli altri ,vorrei vedere i Siculi prendersi cura del loro terrtorio,vorrei vedere l’ amore x la Sicilia in piccoli gesti quotidiani.

  16. jl

    L’articolo è interessante come al solito, nulla di più e niente di nuovo a dir la verità. La corolla delle argomentazioni è variegata ma tradisce una fissazione ricorrente, talmente immotivata che se non fossi certo del contrario spingerebbe a pensare ad un vago senso di colpa, ma ecco che ho svelato subito tutta la mia sicilianità. Si capisce comunque che l’articolo è scritto da lontano. Per quanto mi riguarda abolirei l’autonomia così come i contributi dell’unione europea che hanno falsato la realtà impedendo di fatto il potersi misurare con un quotidiano già complicato di per sé. Ma non è questo il fatto, è che qualche giorno fa ho assaggiato delle olive davvero strepitose e ho davvero pensato che fossero le più buone del mondo! Si chiamano zuccherine e sono coltivate alle pendici dell’Etna. Gliene conserverò una. Ecco, se dovessi identificarmi con un luogo, direi proprio di essere etneo. Sembra che qualsiasi cosa provenga da quella regione, foss’anche una nuvola o la semplice vista del vulcano, mi nutra di più. Sarà una sensazione, ma è piacevolissima.

  17. Caterina

    Essere siciliani significa appartenere a un contesto linguistico-storico- culturale che ci contraddistingue, così come lo é essere Padani o Veneti o Sardi. Ogni regione, così come ogni stato ha la sua identità e oggi, in un mondo che appiattisce tutto, con l’avanzare incessante della globalizzazione, mantenere la propria identità é una risorsa importante poiché solo il riconoscere la propria appartenenza permette di creare una linea di continuità tra il passato, il presente e il futuro. Tuttavia rendere questa risorsa riduttiva riducendola a degli stereotipi e a dei luoghi comuni sarebbe volere trasformare noi stessi in ridicole marionette sul palcoscenico consunto e abusato della sicilianità da avanspettacolo, non in quella vera e autentica di chi ha ereditato quell’enorme bagaglio culturale che solo la varietà dei popoli che ci hanno DOMINATO- nella sua accezione più ampia- può dare. Sì dunque al siciliano erede degli antichi valori e saperi, inimitabile e unico, ma non a quello che rimane impigliato nella rete fitta del suo passato, gode della sua stessa prigionia e non riesce a immaginare una nuova identità, al passo con il nostro tempo.

  18. Silvia Totaro

    Stupendo articolo, poetico e struggente. Traspare il dolore per le condizioni in cui versa la nostra stupenda terra e anche la speranza. . . che temo , purtroppo, sia da riporre. La Sicilia è terra bruciata, è terra maligna, come la definiva il vecchio operatore cinematografico nel film “Nuovo cinema Paradiso”. E’ Tornatore che parla!!! Terribili i siciliani che si offendono pure , invece di mettersi davanti allo specchio e sputarsi in faccia. Abbiamo avuto la fortuna di nascere in uno dei posti più belli del mondo, la Sicilia aveva tutto per essere una terra felice ed ideale e invece i siciliani ne hanno fatto scempio a tutti i livelli. Al nord abbelliscono e rendono gradevole il piattume afoso e stagnante. C’è da dire un sola parola :”VERGOGNA!!!”

  19. Caterina Balistreri

    Grandissimo articolo. Tempo fa Gian Antonio Stella scrisse che la Sicilia avrebbe bisogno di un siciliano capace di rivolgersi ai siciliani come Obama, in alcune occasioni chiave, alla popolazione di colore americana. Credo che lei svolga questo ruolo, credo che i suoi articoli siano le parole più oneste, profonde e utili che i siciliani possano ascoltare.

    Con grandissima stima,

    Caterina

    (Bagheria)

  20. Johnny Pam Marooned Contino

    Ciucciu merlu,amicu mei…cca’ l’unici millinciani cunfunnuti chi ci su,siti tu e sta maniata d’ammuccaciddazzi ammammaluccuti e senza nudda sustanza ca t’abbattunu ‘i manu e ti venunu d’appressu.Ti sintirìa parari a bon’Arma ‘i ‘Gnaziu Buttitta…A st’ura ti pigghjarrìa a pidati nto vintitrì…E ti facìa tunnari a milanu senza bisugnu ‘i pigghjari l’aeriu! “UN POPULU ADDIVENTA POVJRU E SERVU QUANNU C’ARROBBANU A LINGUA ADUTTATA DI PATRJ…E’ PERSU PI’ SEMPRJ” Non ti scuddari sti paroli…Carogna,’nfami e tradituri!!!

  21. Dario Petrolati

    leggere Merlo mi porta a Vittorini
    grazie alla bellissima Luisa
    amica lontana
    colta non poco
    ho ritrovato il pensiero
    della sicilianità
    il sapore della terra
    violata…
    Bravo Francesco Merlo,
    grazie Luisa.
    dario.

  22. Laura Grazia Miceli

    Leggere gli articoli di Francesco Merlo è acquisire e fare conoscenza. Ho conservato, cartaceo, un articolo di tre o forse più anni or sono, intitolato : Sicilianità e Sicilianitudine, e questo significa che occorre ribadire e ribadire i concetti con la speranza che un giorno, forse, finalmente miracolosamente rimangano incisi nella mente.

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