CORRAO E SAIFUL / L'utopia di Gibellina, un disastro spettrale

    Prima di raccontare il disastro (artistico?) di Gibellina, prima di chiedere alla Regione Siciliana di restituire la Venere di Morgantina al Getty Musuem di Los Angeles, vorrei invitare chi crede in Dio a pregare per Saiful Islam, il giovane del Bangladesh che ha ucciso a coltellate Ludovico Corrao, il suo generoso principe, che certamente gli voleva bene. E vorrei  invitare chi crede nell’uomo a riflettere su questo nuovo <pulviscolo sociale> direbbe Marx, questo sottoproletariato composto in Italia dai badanti sessuali del Terzo Mondo,  ragazzi belli e forti senza diritti, neppure quello alla pietà.

    A Gibe  llina tutti sanno che Saiful era l’ ombra del senatore, il suo bastone da passeggio. Al geniale Corrao piaceva camminare con quel ragazzo che stava lì da quando aveva 12 anni. Mi raccontano che il sontuoso senatore aveva insegnato a Saiful che bisogna tenere le mani sempre libere – e sembra di vederli avanzare  sulle pietre di Gibellina – per far meglio ondeggiare le spalle mentre si cammina <come le mangrovie sul Delta del Gange, dove non è mai fatica dondolarsi e intanto stare con le radici dentro l’acqua e abbracciare con lo sguardo l’orizzonte>. Anche Garibaldi aveva la sua ombra nera, un ex schiavo di Montevideo, Andreas  Adujar, che, negli ultimi istanti di vita, il generale fece colonnello. C’è sempre un guerriero che copre le  spalle a un generale.

     Adesso che Corrao è stato seppellito e Saiful ha cercato il suicidio sbattendo la testa sul cancello del carcere di Marsala, a Gibellina anche le famose opere d’arte sono più spettrali e  persino la <follia urbanistico-architettonica condita da salsa artistica>, come la definì Federico Zeri, ha perduto anche la velleità, la pretesa di incantare. Perché c’è sicuramente  un rapporto tra le erbacce che hanno sfondato il cretto di Burri, tra la ruggine che se lo sta mangiando e quelle coltellate  sul vecchio corpo stanco della questione meridionale che Saiful, prima di colpire, ha ancora una volta lavato. E’ il sud del sud il Bangladesh in Italia, ma  solo in Sicilia il Bangladesh è il misero che fa sentire ricco il povero.

     Sono stato a Gibellina tante volte. La prima, subito dopo il Grande Evento, nel gennaio del 1968. Ero giovanissimo e volevo vedere e dare  una mano. Ci sono tornato negli anni dell’immaginazione al potere e dei professori di architettura. A Gibellina ho imparato che anche le rovine possono andare in rovina, e che la rinascita  del Belice è un miracolo sempre rimandato. E oggi che Corrao è morto e la sua utopia è stata giustamente celebrata dalla cultura, dalla politica e dalla chiesa, tutti dovrebbero andare a vedere come è ridotta la città che ha tormentato gli intellettuali siciliani,  com’è più invasiva la spazzatura e come sono più tristi, tra i Consagra e i Purini,  le baracche provvisorie che sono diventate ambiente e natura.  Le opere commissionate da Corrao sono state mostrificate dal tempo e dall’avanzare del contesto ma non hanno il fascino dei mostri di Bagheria. Il sottosviluppo, l’arretratezza e la marginalità non sono stati riscattati ma al contrario esaltati da Samonà e da Venezia, da Pomodoro, Mendini, Salvatore, Franchina, Colla, Spagnuolo, Melotti, Cascella.  La prima volta che vidi ‘il giardino dei profumi’ –  un miliardo e mezzo di lire – era ricco di rosmarino, salvia, menta, piante mediterranee… In due anni divenne tutto secco, pietre friabili, terra arida e puzza. E le costruzioni sono gabbie razionaliste spesso transennate e meridionalizzate, tra scheletri di elettrodomestici, buste di plastica volanti, crolli, opere mai completate e opere corrose, sfinite. 

    Corrao, con le sue Orestiadi e con i suoi mantelli neri, era il notabile di questa idea di bellezza salvifica. Una volta, quando tornai a Gibellina perché era crollata la chiesa del Quaroni, gli chiesi perché non aveva chiamato gli ingegneri idraulici invece degli artisti e dei professori di architettura e mi rispose con le tante belle cose che sapeva dire bene, gli spiriti maligni, gli scarafaggi neri, le nuvole … A Gibellina ci sono i collezionisti dei testi dei suoi comizi. Padrone di casa del terremoto come risorsa, come grande evento, Corrao era sempre divertito e mai appagato.

     Era un ‘terremoto’ pure lui. Il bianco dei lini e del panama non lo avrebbe notato nessuno se non si fosse  incastonato sul nero del malessere che non è solo geografico in quella terra: i fotografi, ancora oggi, in Sicilia lavorano quasi esclusivamente con il bianco e nero. E fu un terremoto prima del terremoto il passaggio di Corrao dalla Dc degli agrari e di Scelba al Pci dei capi contadini, verso l’intrallazzo del milazzismo (1958 e 1959) che giustamente per Sciascia fu un orrore di immoralità. Pensate: il peggio della Dc di allora, insieme con il Msi e il Pci. Veri fascisti  mussoliniani e veri comunisti stalinisti agli ordini di una pattuglia di veri democristiani che letteralmente compravano i deputati regionali e assoldarono pure qualche mafioso. 

   Il terremoto  cambiò la mente e l’abito di tutti,  non di Corrao che era già  un sottosopra. E il terremoto mise in subbuglio anche le libido nel Belice: si sa che dopo la catastrofe il sesso diventa un bene rifugio. Finalmente gli dissi, e litigammo, che l’arte mi pareva un pretesto, una scusa per l’Evento, per far suonare la banda, per attirare il forestiero, l’esteta della miseria, <cacche d’artista –  provocai – per mosche fameliche, finanziamenti inghiottiti dalla burocrazia e dalla corruzione, l’arte come immunità e come impunità>. L’importante è fare una bella festa, accogliere il conquistatore,  una giornata di gloria e poi si torna al niente, <poca vita, sempre quella> canta Lucio Dalla: l’Evento, senza misura e senza temperanza, è la disgrazia del Sud, da secoli fuori mano.

   Andate, per esempio, a ripescare su youtube l’arrivo della Venere di Morgantina ad Aidone . Sembra il trionfo di Bocca di Rosa, o di Berlusconi a Lampedusa: i sindaci con le fasce tricolori, i gonfaloni, la banda, fiori e chiasso e facce sdentate, un’antropologia da nomenclatura sovietica, il sottosviluppo di piazza, la Sicilia di Baaria,  la bocca aperta e lo schiamazzo delle feste patronali, il bisogno del miracolo e degli imbonitori, della Venere che torna dal  Los Angeles come lo zio d’America.  Parla anche di questo  il fallimento dell’architettura di Gibellina: c’è il mito antico dell’ uomo che viene da fuori, dell’uomo del cargo che può essere un capopartito, un cantante, un calciatore, ma anche una statua, uno scultore di cretti,  purché venga appunto da fuori nel Sud che dentro di sé non trova pace.

 Ovviamente anche la Venere è stata inghiottita dalla decadenza alla spicciolata. Sono stato a vederla il mese scorso. Ho posteggiato l’auto davanti all’ingresso principale del museo, ho contato in quel giorno tredici visitatori. Ad Aidone la Venere è chiamata “la dea”, forse perché è più giunonica che erotica. Grande e imponente sembra in prigione in quella stanzetta bianca. A Los Angeles era onorata dal mondo, la più vista, la più cercata. Esportata in America dai tombaroli che l’avevano disseppellita è come se fosse stata di nuovo seppellita ad Aidone.

    Nella cameretta accanto ci sono gli acroliti, chissà perché vestiti con un tristissimo scialle grigio dalla stilista Marella Ferrera. Il museo è ricco dei reperti che i tombaroli hanno scartato. Il barone Vincenzo Cammarata, un numismatico che gira con le monete antiche in tasca e che per il trafugamento della Venere fu arrestato, parlò in un’intervista di tre statue, poi chiese scusa, disse che si era sbagliato: boh.

    Ogni tanto la polizia fa irruzione  in case private che sembrano musei, a Enna, a Catania, a Palermo e chissà dove. La Venere fu portata in Svizzera e poi in America, dove forse dovrebbe tornare. Sicuramente aveva ragione Francesco Rutelli,  allora  ministro dei Beni culturali, che  fortissimamente la voleva a Roma. E inutilmente il presidente Giorgio Napolitano offrì il Quirinale. La Venere merita di essere di nuovo disseppellita e magari ceduta in affitto. Purché sia restituita al mondo.

COMMENTI

Mi sono accorto che la libertà di commento stava diventando irresponsabile. Il confronto stava degradando in pollaio.  Alcuni ne approfittavano per insultarsi tra loro. Le critiche, anche le più radicali, sono benvenute, ma ho deciso di servirmi di un dispositivo di decenza contro l’insulto e il turpiloquio: il cestino.

45 thoughts on “CORRAO E SAIFUL / L'utopia di Gibellina, un disastro spettrale

  1. Leoluca Orlando

    Caro Francesco, ho letto e ho apprezzato, ancora una volta, la tua intelligenza e indignazione.
    Non provo preoccupazione per ciò che fa o dice un intellettuale, provo preoccupazione e indignazione per chi strumentalizza e perverte parole e azioni di un intellettuale…Vale per Ludovico Corrao ciò che vale per Leonardo Sciascia…entrambi utilizzati da incolti e opportunisti.
    Buon Ferragosto.
    Luca Orlando

    1. Nino Ippolito

      Si’, Orlando, ricordiamo pure gli anni in cui, gli “opportunisti”, utilizzavano le inchieste di Falcone e Borsellino per fare fuori gli avversari politici

  2. giuseppe giliberti

    Ho creduto anch’io che la restituzione della Venere avrebbe potuto rappresentare un momento di orgoglio per la Sicilia. Riuscii a far costituire, in un giorno di agosto del 2005, l’associazione per cui lavoravo, parte civile contro la curatrice del Getty. Sapendo come è finita la storia (e Merlo lo descrive come meglio non si può) , mi pento per quel che ho fatto. Sono d’accordo con lui. Meglio a Los Angeles.

  3. vuesse gaudio

    Il poeta O’Shawn, di Woody Allen, era ossessionato dalla Guerra di Troia. Non riusciva a credere che un esercito potesse essere così stupido da accettare un regalo dal nemico in tempo di guerra. Specialmente quando avvicinandosi al cavallo di legno- che, poi, si narra, sembra che l’avessero costruito in agro di Francavilla Marittima nella Sibaritide- si sentiva ridacchiare da dentro.
    Questi i fatidici versi:
    “Mille anni passarono da quando
    Agamennone disse: “Non aprite
    I cancelli, chi diavolo ha bisogno
    Di un cavallo di legno di quella misura?”

  4. adelaide corbetta

    Mi permetto: la stanzetta bianca della divina si accompagna, temo in egual basso livello, con il pessimo museo del Satiro Danzante di Mazara del Vallo. Ex chiesa di Sant’Egidio da cui, tra le tante insolite decisioni, si entra al contrario, si percorre la navata e arrivati all’abside, abituati da millenni a trovar la divinità, non si trova nulla.
    Il Satiro è infatti posto verso l’uscita, nel peggior luogo possibile, e come sfondo due insegne luminose (verdi) e relative uscite di sicurezza (nere).
    E allora si innesta, intorno al Satiro, una specie di danza contorsionistica di visitatori-dervisci increduli di tanta meraviglia rispetto a tanta incapacità espositiva, ma tutto è inutile. Nonostante i virtuosismi fisici e prospettici, la visione rimane compromessa e da qualsiasi punto: appena sotto la gamba bronzea alzata, o a destra dei riccioli mossi, o a fianco del fianco tondo, spunta l’uscita di sicurezza.
    Sarebbe bastata una parete neutra.
    Sarebbe bastato un pensiero onesto.
    Onore a chi ha studiato il percorso per i non vedenti, il resto è roba da ciechi.

  5. vuesse gaudio

    Scusatemi, ma non posso esimermi dal rendervene conto: tutto succede perché quando faccio la mia passeggiata di mezzogiorno, da solo, ho sempre dei pensieri morbosi, da solo. Merlo ci narra che il sontuoso senatore aveva insegnato a Saiful che bisogna camminare con le mani sempre libere per far meglio ondeggiare le spalle, come le mangrovie del Delta del Gange, dove non è mai fatica dondolarsi e intanto stare con le radici dentro l’acqua e abbracciare con lo sguardo l’orizzonte. Dio,ho pensato alla mia teoria ed estetica dell’andatura, che è tutta attuata da “La maneira de andar di Sandra Alexis” e che, guarda te un po’ il caso, l’ho pubblicata su “lunarionuovo”, che è un mensile(di letteratura) che si stampa in Sicilia, ma dall’altro versante, a Catania; ho pensato, nel contempo, anche alla “Théorie de la démarche” (1833)di Honoré de Balzac, sempre riferita alla donna, e, nonostante questo qualcosa che ti prende allo stomaco e non ti fa più camminare senza fatica, ho pensato anche al Dojo, il luogo in cui praticare la meditazione Zen, di mia nonna,quella dello Zen, appunto, che era chiamato “Vigna” e invece era pieno di Arance, questo Dojo dove si impara a stare in piedi, a come camminare, a come sedersi, a come stendersi,senza mai toccare le arance con nessuna parte del corpo; solo che in questo Dojo di mia nonna, chiamato “vigna” ed è(ra) un aranceto, la postura chiamata Kin-hin non si può praticare:Kin-hin è la postura in piedi e in marcia,alla quale Maurice Béjart ha riconosciuto l’origine dei passi e delle posture di danza insegnati nel balletto classico europeo. La postura, in piedi, con colonna vertebrale ben diritta, mento rientrato, nuca tesa, sguardo posato tre metri davanti a sé, vale a dire pressappoco all’altezza della vita della persona che precede quando si è in fila indiana, non è praticabile negli aranceti del Delta del Saraceno, per la disposizione e l’altezza degli alberi. E ho pensato che nel Dojo di Gibellina Nuova Sajful la praticasse perfettamente secondo i sutta del sontuoso Maestro, che, va da sé, mi ha fatto pensare, per la Gibellina Nuova che ha così arredato, al Nuovo Mondo Amoroso di Charles Fourier e, per questa storia degli aranci, all’albero passionale, il Lussismo, il Gruppismo, il Seriismo, insomma all’Armonia passionale dell’utopista francese, financo ha turbato la mia mente oggi l’11^ delle passioni distributive, la Farfallina che, benché 11^ nell’ordine, deve essere esaminata dopo la 12^ perché serve da legame tra questa la 12^, che è la Composita(“Questa esige in ogni funzione attrazione composta, o piacere dei sensi e dell’anima, e perciò il cieco entusiasmo, che nasce solo dalla congiunzione di due forme di piacere”), e la 10^, che è la Cabalista(“Perché Dio ha reso gli uomini e più ancora le donne così inclini all’intrigo?(…)Una Serie passionale non sopporta seguaci tiepidi: ha orrore della moderazione”). Dio, oh Dio, ci hai dovuto dare la passione dello sfarfallamento, il bisogno di varietà periodica nelle fasi della vita perché l’entusiasmo della Composita non si può certamente prolungare per più di un’ora e mezzo, figuriamoci a Gibellina, e dopo un terremoto di quelle proporzioni, come avremmo potuto sopravvivere senza l’alternanza frequente delle occupazioni e senza dover emigrare!
    Dio, e pensare che al Ferdydurke di Gombrowicz bastava solo che spuntasse da dietro le nuvole, all’alba , al tramonto, a mezzogiorno, un semplice culetto, sì “cento volte più splendido, scarlatto, apparve all’orizzonte e inondò il mondo di raggi”ma pur sempre un semplice culetto!…

    1. ruggero gallo

      Sono scappato di casa con il circo,
      mi ero innamorato di Sandra Alexis,
      la contorsionista del Circo Orfei.
      Una volta, dopo aver affamato i leoni,
      per più di un giorno e una notte,
      sono entrato nella gabbia e ho cominciato a fare il Kin-hin
      tra Ludus, Leo e Gipsy
      e Sandra disse:”La terra trasfonde vibrazioni
      continue dentro il cuore, e questo sei tu.
      E se la gente scopre che sai fare il Kin-hin,
      ecco, sei costretto a fare il Kin-hin, per tutta la vita”,
      Dopo un po’ Ilinx mi saltò addosso
      e mi uccise.
      Fu così che mi ritrovai
      nella città metafisica di De Chirico
      e il demone meridiano si sa che non
      produce ombra e nemmeno un campo di
      trifoglio maturo, figuriamoci se fa una colonna
      di polvere col vento che c’è nel granoturco,
      anche se un’ombra mi ha insultato
      e ha detto che ben mi stava…
      Era Persefone?

      (da: “Se fosse l’Antologia del Kin-hin nella città metafisica di De Chirico”)

      1. vuesse gaudio

        E’ bello il suo tributo parodistico(ci si riferisce all’Antologia di Spoon River di E.L.Masters, nevvero?) a chi è “scappato” di casa con il circo essendosi innamorato della mia Sandra Alexis. Potrò utilizzarlo? Citarlo in nota, magari,qualora aggiornassi il mio “LA MANEIRA DE ANDAR DI SANDRA ALEXIS.Estetica e teoria dell’andatura”[ “lunarionuovo”n.15, Catania aprile 2006] ?

        1. ruggero gallo

          @vuesse gaudio
          ma sì, si figuri, e poi qui è tutto Creative commons….
          Sto seguendo sti commenti qui all’articolo di Merlo:
          in italia, in ogni regione, in ogni provincia, in ogni paesino, pensano che quando ci vai a fare una ripresa tv o cinematografica per documentare qualcosa, o ci metti qualche scultura, quel paesino si è fatto cinema o arte, niente: de seta ha fatto dei documentari negli anni cinquanta, non mi riferisco a quelli in Sicilia, mi riferisco a quelli in Calabria, ebbene se vai a fare antropologia su quei “dimenticati” fittizi di Alessandria del Carretto, apriti cielo, vuoi mettere se porti un paesano del posto all’Università della Calabria e mentre ti ospita nel luogo per farti vedere il rito del palo di maggio o chissà quale altro rituale privo di significato lo fai laureare senza colpo ferire, che sarebbe un po’ come se Lévi-Strauss , mentre strutturalizzava le gesta di Asdiwal, avesse laureato Asdiwal o un suo discendente all’ Università in cui poi aveva tenuto un corso sull’Indiano!

  6. filippo gangi sindaco di aidone

    Per chi fischia “Merlo”?
    La tentazione di essere irriverenti è forte, soprattutto quando la partita è impari. Come si fa, infatti, a confutare le opinioni di mostri sacri del giornalismo italiano come, nel caso, Francesco Merlo, firma fondamentale de “la Repubblica”, che domenica 14 agosto ha dato una delle sue micidiali scoccate alla “povera” Venere di Morgantina, recentemente ribattezzata “dea”? C’è da chiedersi, però, … a chi giova tanto accanimento non costruttivo, che rischia di lasciare sul campo esanime e senza speranza una Comunità intera? Come si fa a non capire che questo è il momento delle proposte da parte di coloro che come il dr Merlo hanno le competenze e le idee per farlo? Altrimenti è come offrire da bere all’ubriaco, se anche i giornalisti di tale assoluto livello rimangono nel, tutto sommato, comodo ruolo di “professionisti” della denuncia. A onor del vero, però, i dati sull’affluenza dei visitatori sono un po’ più confortanti di quelli rappresentati dal dr Merlo, raggiungendo quasi trentamila presenze dall’inaugurazione del 17 maggio scorso, in tre mesi, contro le ventimila circa di tutto il 2010.
    Allora, dr Merlo, per favore accantoni la provocazione del ritorno della Venere a Malibu e adotti, invece, questo territorio e la sua gente, guidandone la comunicazione e incalzandone le possibili sinergie in campo turistico.
    Da queste lande che caparbiamente vogliono abbandonare lo storico stato di desolazione e mancato sviluppo, formuliamo l’auspicio di poterla incontrare quanto prima. Grazie.

  7. Giuseppe Russo

    Caro dott. Merlo
    mi piace chi come lei sa lanciare provocazioni taglienti e penetranti, specialmente se queste hanno la presunzione di piombare come un meteorite improvviso sulle nostre teste intorpidite dalla calura di agosto. Ho apprezzato (da siciliano che desidera finalmente un riscatto per la propria terra) il suo articolo, capace di sezionare chirurgicamente le ferite incancrenite di una realtà meridionale malata da troppo tempo. Ma pur cogliendo il sapore di questa (presunta) provocazione sospetto che il suo bisturi sia stato spinto troppo in profondità e rischia di recidere vasi sanguigni vitali e necessari per un ipotetico riscatto della cultura siciliana. Concordo sulle considerazioni da lei addotte riguardo lo scempio artistico (?) di Gibellina, che è anche segno di uno scempio del rapporto tra un popolo e la propria cultura. Ma mi incavolo (e non capisco perché) come questo possa indurre un siciliano a sostenere la tesi che pezzi della propria terra e della propria cultura debbano essere celebrati da “estranei” che dimostrano di meritare più di un siciliano questo ruolo.
    Nutro il forte sospetto che la cultura o l’arte, in generale, non abbiano esigenze particolari in termini di numero di fruitori e non richiedano di essere celebrate da eclatanti eventi in ampie e prestigiose location espositive. Avremo tempo ,tuttavia, di lavorare in Sicilia per migliorare la presentazione al mondo della Venere di Morgantina. Ma ad Aidone ed in nessun altro posto del mondo. Leggendo il suo articolo rifletto sulla Venere di Morgantina e sui siciliani. La prima racconta silenziosamente e con coerenza la sua grazia, sia se si trova sotto terra sia se è esposta in un museo, sia ad Aidone, sia in America o in qualsiasi altra città europea. Anche il siciliano può raccontare la propria storia; ma troppo spesso abbiamo un’abilità nel piangerci addosso che francamente mi disgusta, sappiamo spesso “lamentare” senza proporre il nostro contributo a risolvere le nostre “questioni meridionali”. Dottor Merlo, dalla sua scrivania, dovunque lei si trovi, continui a provocare noi lettori con la sua arguta insolenza, ma faccia anche la sua parte per migliorare con fatti concreti questa terra.
    Non saranno tredici visitatori al giorno, o una stanzetta piccola e angusta dove la Venere è esposta, o un articolo su un giornale di una calda giornata di agosto a mortificare l’arte o la cultura di un popolo. Se così fosse che sprofondi la Sicilia nel suo bel mare e liberi finalmente il mondo.
    Buon ferragosto.
    Giuseppe Russo

  8. Luca

    Gentile Francesco,

    lei ha scritto quello che nella Sicilia delle lobby “culturali” e pseudo-intellettuali di una certa sinistra non si sarebbe mai e poi mai potuto dire.
    Finalmente parole di verità rispetto all’ipocrisia appiccicaticcia degli intellettuali “radical-chic” siciliani, ovvero nobili posticci, melliflui e assolutamente senza spina dorsale per controbattere al potere liquido della mafia e del potere.

  9. Dina Nencini

    Francesco merlo, ho letto con grande dolore il suo articolo. Il dolore prodotto dal cinismo. Leggere l’esperienza di gibellina come lei ha fatto e’ fin troppo semplice. E direi tragicamente di moda. Lo schematismo sterile a cui lei ha ricondotto la vita e l’esperienza di un uomo che ha creduto nella possibilità del cambiamento hanno il sapore amaro dell’indifferenza, del cinismo e dell’inumanità !! Spero ripensi a ciò che ha scritto poiché anche la critica recuperi il senso della costruzione! Dina Nencini

  10. Eva di Stefano

    Gentile dott. Merlo,
    lei è certamente libero di avere una propria opinione critica su Gibellina e un giudizio negativo sull’operato di Ludovico Corrao, così come è libero di non comprendere l’arte contemporanea e detestare autori come Burri e Consagra. Liberissimo anche di preferire i caffetani a righe dell’eccentrico Zeri all’estroso guardaroba di Corrao. O di immaginare che il fine recondito di un laboratorio artistico, come nel bene e nel male, è stata Gibellina fosse quello di creare una zona franca per meglio dedicarsi a bagordi sessuali da tardo impero.
    Sono fatti suoi, come anche quello di firmare un articolo in cui assimila, con una superficialità da Guinness, la polemica sul progetto di ricostruzione di una città alla polemica sulla collocazione della statua di Morgantina nel museo di Aidone, come se le aporie sociali dell’urbanistica e dell’economia presentassero le stesse problematiche di un allestimento museale, e come se un’ipotesi di città nata nel clima degli anni ‘ 70 e il recente ritorno in patria della scultura del Getty fossero frutto di un unico insipiente disegno.
    Come giornalista non è libero, invece, di condire il suo articolo di gravi e tendenziose inesattezze, senza basarsi su fonti dirette ma solo su altri articoli usciti in precedenza e contenenti errori dovuti probabilmente all’urgenza.
    Un elenco: 1) Saiful Islam era alle dipendenze del senatore Corrao solo da due anni e non da nove, quindi al momento dell’assunzione era maggiorenne e non si trovava a Gibellina da quando aveva dodici anni; 2) essendo il suo stato di salute gravemente compromesso, come dimostrano i frequenti ricoveri in ospedale, il sen. Corrao pur continuando la sua attività di promozione culturale era ormai malfermo e per spostarsi aveva bisogno di un appoggio, così come di un sostegno per lavarsi e vestirsi, motivo per cui era stato assunto un badante; dunque essere “l’ombra del senatore” era semplicemente il dovere di Saiful Islam, come per tutti coloro che fanno un lavoro di assistenza agli anziani, e ancor più penosa, viste le condizioni fisiche del senatore, risulta l’insinuazione : “Al geniale Corrao piaceva camminare con quel ragazzo…”. 3) non esistono baracche a Gibellina dal 1981, i suoi abitanti sono stati i primi, tra i terremotati del Belice, ad entrare nelle nuove case, mi chiedo dove e quando Lei abbia visto le suddette baracche; 4) denunciare un degrado urbano, in realtà tutto da dimostrare, per Lei evidentemente più grave a Gibellina che in altri siti del meridione, omettendo che Corrao non è stato più sindaco dal 1994, induce il lettore ad attribuirgli anche questa responsabilità, mentre chiunque, compreso il Presidente della Repubblica, si sia recato nella sede della Fondazione Orestiadi, questa sì diretta da Corrao, ha potuto vedere un sito curato e un museo molto ben allestito con una bella collezione.
    Infine, giornalisticamente appare discutibile la scelta di appoggiare la propria polemica al solo parere negativo espresso da Zeri, grande storico ma notoriamente un conservatore in tema d’arte, obliterando tanti altri differenti interventi altrettanto prestigiosi. Non per imparzialità, ma per qualità di mestiere.

    Eva di Stefano
    Docente di Storia dell’arte contemporanea
    Università di Palermo

    1. Francesco Merlo Post author

      Gentile Docente Eva di Stefano, approfitto della sua lettera, così palesemente in disaccordo con il mio articolo, per invitare di nuovo tutti ad andare a vedere il disastro di Gibellina ma soprattutto per rispondere – non tanto e non solo a lei – su un punto che mi pare molto importante per la sinistra, per i diritti civili, per la giustizia, per il cuore… Mettiamola così: se ci fosse in giro un altro avvocato Corrao, vivo e giovane, questo difenderebbe Saiful come quello difese Franca Viola. Grazie. Francesco Merlo

      1. Nino Ippolito

        Merlo ha solo raccontato una delle tante, pirandelliane maschere di Ludovico Corrao. Con un distacco che ha la parvenza del cinismo, ma e’ il prezzo che si paga alla franchezza

  11. Alfonso Leto

    É davvero sconcertante, e soprattutto dalle pagine de La Repubblica del 12 agosto scorso, leggere l’articolo di Francesco Merlo (Sallusti non avrebbe saputo fare di meglio) grondante fiele, retorica e inesattezze tendenziose su Ludovico Corrao, la sua tragica fine, la sua vita e la sua azione politica e culturale tutta spesa per Gibellina e per il dialogo tra la Sicilia e le culture del Mediterraneo e a fornire agli artisti provenienti da ogni luogo un asilo e un laboratorio tra i più vitali che in Italia si sia potuto pensare e realizzare. Davvero non si sa da dove cominciare prima per sottolineare in rosso tutta la congerie di inesattezze che vanno dall’età in cui il giovane bengalese Saiful è stato assunto alle dipendenze di Ludovico Corrao (da quando aveva diciannove anni e non dodici come dice Merlo per fare intendere con la menzogna una sorta di rapporto insano tra un vecchio e un bambino), accolto come un figlio e come un fratello da tutti gli altri dipendenti della Fondazione (si documenti bene Merlo prima di tratteggiare queste ed altre pose grottesche che non si attagliano affatto alla fisionomia di Corrao e alla sua naturale eleganza di essere e di apparire), alle «baracche provvisorie che sono diventate ambiente e natura» (dove le ha viste le baracche nella nuova Gibellina? A quali anni si riferisce? Non è forse grazie all’azione politica e sociale di Corrao che i gibellinesi poterono lasciare le baracche e avere una casa dignitosa, incalzati dal pericolo di scomparire come comunità, tra i rischi di una ricostruzione “impossibile”?), all’ironia su «il bianco dei lini e del panama» (forse Merlo preferiva i lini e le tuniche di Federico Zeri al quale si appiglia come testimonial d’eccezione, salvo a omettere che la voce di Zeri in quelle controversie culturali su Gibellina, negli anni Ottanta, era controbilanciata da altri autorevoli giudizi di urbanisti e intellettuali che la pensavano diversamente), fino ad insinuare oscuramente una sorta di rapporto fatale e di espiazione «tra le erbacce che hanno sfondato il cretto di Burri e quelle coltellate…». L’autore dice ancora di essere stato a Gibellina tante volte: che vi abbia messo i piedi ci credo, ma che ci abbia messo anche la testa e la voglia vera di capire senza pregiudizio mi è impossibile crederlo, dopo aver letto, all’indomani dal funerale, quel suo articolo di appostamento, che sa tanto di “attesa al varco” di tutte quelle contraddizioni e carenze che certamente ci sono a Gibellina, per imputare a Ludovico Corrao che non può più personalmente difendersi ogni colpa storica e politica non solo del fatto che Gibellina non sia “la Città del sole”, ma di tutte le contraddizioni di questa nostra Sicilia su cui in troppi, a distanza, pontificano. Quest’articolo (ancor più perché scritto sulle pagine de La Repubblica) fa venir voglia di citare, non a caso, Longanesi, quando dice che un vero giornalista sa spiegare bene agli altri ciò che lui stesso non ha capito, al punto da riferire, manipolandoli verso la sua visione denigratoria, i dati sulla fruizione del patrimonio artistico di Gibellina sminuendo, sempre a sostegno del suo ritratto spettrale, il ritorno economico e sociale di quel progetto teso al superamento del trauma sociale con un’altro “trauma” culturale rivitalizzante, che non facesse “ripiegare su se stesso” un paese distrutto fisicamente e moralmente. L’utopia, del resto, come principio culturale ed energetico, non si è mai proposta di cambiare le cose ma di muoverle, di dare la spinta vitale perché le cose prendano un’altra strada., specie se dall’altra c’è il baratro. L’utopia diventa quasi necessaria in certi casi, tuttaltro che un artificio intellettualistico.

    Queste mie parole vogliono anche esprimere una testimonianza di affetto per Gibellina e per i gibellinesi, ai quali va tributato un grande rispetto e tutte le attenzioni politiche, sociali e culturali che aiutino quella comunità a ritrovare in quel contesto – si, problematico ma unico al mondo – la dimensione economica ottimale, ciò che ci vuole per vivificare il tessuto produttivo di quella comunità che conserva ancora intatti, dentro di sè, i migliori valori della civiltà contadina, i soli che servono a dare significato e vita a tutto quel contesto d’arte che, qualora scomparisse sotto l’incuria e l’indifferenza, darebbe davvero un colpo per la comunità locale che si vedrebbe ancora una volta (e stavolta per mano umana) impoverita del suo ingente giacimento culturale. Vero è che la rovina per i siciliani ha sempre avuto un fascino atavico, ma –per favore- non diventiamo adoratori di rovine e non induciamo gli altri a diventarlo con la forza d’inerzia di certi argomenti come quelli di Merlo.

    Vorrei porre, infine, un quesito che riguarda il rapporto artificiale e automatico tra il progetto di ricostruzione della nuova Gibellina e la crisi economica del contesto: chiediamoci invece di quei tanti, troppi paesi e città della Sicilia che non sono stati distrutti da alcun sisma ma che vivono, proprio come Gibellina, se non peggio, il fenomeno di un grande disagio economico, occupazionale e identitario, con l’aggravante di aver subito, da 40 anni a questa parte, una disfatta patrimoniale progressiva del loro tessuto storico-artistico e urbanistico, rovinati dall’abusivismo, dall’incuria e da qualunque mancanza di progettualità (nè realistica, nè utopistica, né artistica). Non sono forse, questi, veri e propri “progetti” di de-costruzione che meriterebbero la prosa distruttiva di Merlo? Vediamo, infine, se dobbiamo ancora attribuire a questa tanto vituperata Gibellina il peccato originale della sua utopia o se la vogliamo far uscire dalla sua crisi, proprio alla pari di tutti gli altri comuni siciliani che vivono analoghe congiunture. Partendo da ciò che è oggi, non da ciò che Merlo e altri pensano che sarebbe dovuta essere.

  12. sergio

    Merlo è uno dei pochi giornalisti liberi che scrive senza ipocrisia e servilismo le situazioni e realtà che vede. Il definire i vernissage di Gibellina un evento fastoso per attirare e soddisfare lo straniero, sia esso intellettuale, politico o artista, salvo ritornare al nulla e alla desolazione della quotidianità l’indomani è la lettura più obiettiva e accurata che un cronista potesse fare. Discostarsi dal coro prodigo di elogi all’Imperatore è un atto d’amore verso la Sicilia e verso gli abitanti di quei luoghi abbondonati dalla politica e dalla cultura e considerati merce da sfruttare e sottomettere.

    Grazie dott. Merlo,

    Sergio Romano

  13. elena

    quanta inutile e banale retorica, causata come previsto sulla scia e l’enfasi di un momento cosi delicato e triste, sta travolgendo ancora Gibellina. Prima di ogni pensiero, e di ogni possibile giudizio, sarebbe meglio imparare a restaurare lo sguardo, e la parola soprattutto.

  14. maurizio zappalà

    L’architettura di Gibellina, è stata come sempre, la risultante delle decisioni prese, nel tempo, nei “salotti bene” . Solitamente, da lì, la qualità è tagliata fuori! In altre parole Purini, Venezia, Collovà, architetti (non entro nel merito artistico!) non hanno mai espresso, con la loro architettura, la contemporaneità. Viceversa, hanno sempre realizzato un surrogato palladiano e insegnano nelle università italiana “grandi polpette fiosofiche und antropologiche”, condite dalla profonda ricerca dell’identità italiota. Poiché sostengo che gli architetti fanno di tutto tranne che il loro mestiere, constato che Gibellina non è venuta meno a queste aspettative. Niente architetti, niente architettura!
    L’investimento estetico da noi è una chimera e dovremmo andare a scuola “cinese” tanto per eliminare in un sol colpo il barocco e fare i ponti!
    Ora i “professori” mi chiederanno il curriculum, ahimè non insegno, non copio pubblicazioni, non ho stipendio, di rado “arredo” qualche cesso della signora “maria”…

    un umile architetto.

  15. vuesse gaudio

    Tragedia senza parole in due passi

    Personaggi:
    UN GIOVANE
    UN ANZIANO

    La scena si svolge in una piazza un po’ metafisica, di quelle alla De Chirico, senza alcuna ombra, che ci sia l’alone verticale e irredento del demone meridiano:
    Un giovane cammina secondo il canone del Kin-hin .
    Un anziano cammina arrancando con il bastone da passeggio.

    (Sipario)

    IL GIOVANE DEL KIN-HIN E L’ANZIANO CON IL BASTONE NON S’INCONTRANO MAI

  16. Francesco Scorsone

    Francesco Merlo, non si sa per quale sadico pensiero ha voluto, senza sapere chi ha torto o ragione, dare un’altra “coltellata” a Ludovico Corrao. Io non ho nessuna intenzione di pregare per il suo Saiful Islam. Egli è un presunto assassino e come tale se sarà condannato dovrà scontare la sua pena senza le attenuanti a cui lei vorrebbe riferirsi.
    Morgantina è un altro discorso la sua è solo retorica disfattista.

  17. Tino Vittorio

    Signor Scorsone, mi ha dato uno scorsone il suo doppio commento e le chiedo: Non le pare un omicidio passionale quello perpetrato su Ludovico Corrao? E dando una scorsa alla bibliografia dei delitti passionali le sembra probabile che si tratti di un omicidio relativo a questioni sessuali? O c’è da prendere la scossa, signor Scorsone, parlando di sesso quando si tratta di intellettuali che tanto hanno fatto per il colloquio tra Oriente e Occidente, per il Mezzogiorno e l’una e un quarto)?Baciamo le mani! P.S. Insegno “Storia Contemporanea,” ho scritto qualche libro sulle vicende siciliane dell’immediato dopoguerra, (lotte contadine dove i comunisti li ammazzavano a quattro un soldo perchè per i democristiani post fascisti ma non necessariamente antifascisti del secondo dopoguerra un comunista morto era meglio che un mafioso vivo). Ero fieramente amico di Pio La Torre e del suo analogo catanese Franco Pezzino del PCI. Dopo quella cosa “bruttarella” che fu l’acquisto di Santalco, mediato da Corrao, in nome del milazzismo. W Merlo.

  18. Paula Metallo

    Io sono un’artista Americana e farò una mostra a Gibellina in Ottobre che s’intitola “Aspettando Il prossimo”. Parla del rapporto tra gli Italiani ed il terrimoto. In Aprile ho avuto il privilegio di incontrare Ludovico Corrao e il suo capace e dedicato staff, incluso Saiful Islam. Qui sotto includo le mie osservazioni su Gibellina durante quel viaggio che, per fortuna, non sono colorati di opinioni o fatti politici, particolare odio per il sud, o risentimenti personali.

    Paula Metallo
    Summary of thoughts

    As a visitor to Gibellina, I came to see, as an artist I came to understand. I think this consideration is important because it seems fundamental that art endowed upon Gibellina be relevant and befitting.
    The more time I spent in Gibellina, the more it became evident that this unique place could only be understood accurately through three distinct narratives and time frames; Burri’s Grande Cretto being the past, New Gibellina being the present and the Museo delle Trame being the future. Each setting has particular characteristics and intentions, and each subject to specific time locked circumstances. Very much like artistic currents and a bit like geological strata, characterized by fossils that record changes taking place slowly over time.

    The Past- The Burri Cretti is permanently relevant and remains intact with the original poetic intentions as well as being integrated in nature by recalling the cultivated landscape. It is a palimpsest, having reused or altered Old Gibellina while still bearing visible traces of its earlier form. It is Gibellina ‘rubbed smooth’. I cannot imagine anyone doubting the undying tribute it is.
    In the 1998 movie, La terra trema, the directors, Mario Martone and Jacopo Quadri, seem to speak directly of Burris purpose: “Abbiamo montato un unico grande terremoto, e dopo il terremoto il lento ritorno alla vita, come un risveglio, l’estenuante uscita da uno stato di allucinazione. Abbiamo cercato una struttura ritmica che corrisponde al battito della terra e al suo acquietarsi, abbiamo cercato di comporre un requiem…”

    The present – New Gibellina takes time to absorb and react to. I thought visiting the Cretti would bring on sadness and it did not, I thought seeing new Gibellina would be exhilarated by a sense of purpose yet that’s where a sadness lies. There are a few meanings of the adjective, ‘sad’ coming to mind, but it is an obscure meaning of the word, which is used to define bread dough left heavy by failing to rise that I find metaphorically accurate. Old Gibellina has been called a Pompei in reverse. New Gibellina is a present day Pompei but of contemporary art, likewise with complex political, financial, and ethical drawbacks.
    New Gibellina is an extraordinary place. Even though it has the feeling of a once upon a time, fresh and original one. However it is not any different than many other towns facing typically contemporary problems.
    Terry Smith writes in his 2009 book, What is Contemporary Art?
    “The deepest sense of contemporary lies in the coexistence of distinct temporalities of different ways of being in relation to time, experienced in the midst of a growing sense that many types of time are running out, that we are pressed for time as well as in difficulty of taking time.”
    People are struggling with a clear hopeful vision of the future and difficulty in embracing a devoted attention to the world around them due to the habit of being continually distracted by the superficial and the spectacular, caught in between the two contemporary excesses of rushing and killing time.
    This is exacerbated in new Gibellina by the fact that the shortcoming of the original poetic idea is now visibly evident through the physical decadence of buildings, sidewalks, and the actual going to ruins of the objects representative of that ideal. The goal of being a model for transforming ruination into a useful, cultural re construction, is slowly becoming a ruin without an earthquake.
    The Civic Museum is suggestive of this plight. It is a container that will sooner or later fall in on its unique patrimony. The Cretti continue to be a magnet and a site where theater is still proposed unlike the interrupted Consagra Theater in New Gibellina. One consideration is how to rekindle the fearless, confident and persuasive vision of the future that Senator Corrao had, in the face of the lack of vision for a future in the present.
    My work in Waiting For The next One (Aspettando Il Prossimo) is speaking directly to New Gibellina’s predicament of just waiting to fall apart.
    To be fair, New Gibellina is a microcopy of the world’s dilemma.
    It is a time in human history where we are all imminently confronted with the state of our planet. We now have a clearer picture of cause and effect historical events and a realization of circumstances slowly brought on by this hard to define word ‘progress’ that also connotes a continuous failure to protect and preserve the place where we live.

    The future – The Trame Museum and the Decorative Museum are intent on being teachers of a broader history, based on a visual and conceptual conviction that our histories are a network of influence and superimposition. These museums are organized, the objects selected and offered, in a side-by-side way. This is representative of a positive and peaceful approach to educating that refuses to present our origins through winners and losers, guilty and not guilty.
    It equips and enables people to grasp the universality of beauty and the fact that art identifies complexities and can give decent explanations.

    1. vuesse gaudio

      QUELLA STORIA DELL’UOVO D’ORO A GIBELLINA…
      Tra il maggio e il giugno del 2002 , come si evince da due protocolli del Comune di Gibellina, pubblicati in “Storia dell’uovo d’oro”del favoloso e leggendario scrittore dell’Antigruppo Ignazio Apolloni, c’è una rappresentazione, concordata e riconcordata e non si sa se mai effettuata, di “Histoire de l’oeuf à la coque”.
      La favola di Ignazio Apolloni comincia così:
      “C’era una volta l’uovo, di Colombo, direte Voi, e comincerete a pensare a cristoforo colombo, all’america, al vietnam.No!
      C’era una volta l’uovo, di Pasqua, direte Voi: e comincerete a pensare alla cioccolata, a perugina, all’alemagna, alla motta, alla colomba, alla pace,all’ulivo, a Noè,all’arca, alla scienza. No!
      C’era una volta l’uovo, di struzzo, direte Voi: e comincerete a pensare alle piume di struzzo, al fare come lo struzzo, alla sabbia nel deserto, all’australia, a marconi, alla radio, al radio, a madame curie, ai fuoriusciti polacchi, alla polonaise, a chopin, a george sand, al suo sigaro, a truman, ad alamogordo, a Fermi, agli infermi dell’8 agosto 1945, alle fosse delle Marianne, a jiwo jima, ai liberator, ai panzer, ai panzerotti, ai passerotti, ai leopardi infelici perché le leoparde o sono tutte cacciate nei safari o sono state ormai cacciate in cella a cura del W.W.F. E invece no!
      Volevo solo dire che una volta c’era un uovo, strapazzato per effetto del lungo viaggio compiuto per uscire dalle trombe(…)”
      Per rispondere all’artista americana, che non c’è dubbio che ci sia un mondo invisibile.
      Il problema è, quanto dista dal centro storico, si sarebbe chiesto Woody Allen, e qual è l’orario di chiusura?
      Il problema è che di avvenimenti inspiegabili ne succedono di continuo. Un uomo(stavo dicendo: un uovo) vede gli spiriti. Un altro sente delle voci(era Joan as Police Woman che, nella tournée recente in Italia, cantava da Catania e poi aveva la grazia e l’intelligenza di darci il suo impatto percettivo con la città etnea su un blog-diario aperto per l’occasione per IlPost: http://www.ilpost.it/joanaspolicewoman/2011/07/24/catania ). Un terzo si sveglia a Gibellina Nuova “e fu lì che rimase fino a quando non successe che in inverno nel palazzo dov’era tenuto per esposizione e meraviglia alcuni uomini armati di mitraglia, fucili e cazzotti ere, entrarono all’impazzata, cioè a dire incazzati come pazzi liberati finalmente da catene, chiavistelli e catenacci, nel salone di rappresentanza della ditta Potëmkin dove sedevano con i legali rappresentanti dello Stato, passivo, tutti quei rappresentanti e procacciatori di Corte, che per avere fatto fare affari d’oro ai loro padroni speravano di ricevere in dono il nostro uovo,tra di loro chiamato per vezzo o per gola ‘l’uovo sodo’”, solo che l’uovo sodo, come ha detto il raccontatore di favole Ignazio Apolloni, di dorato aveva solo la corteccia e così, invece che uscire sotto forma di proiettile venne fuori sotto forma di frittata(…)”.
      Cosa c’è dietro queste esperienze ? O anche davanti? E’ vero che certe persone possono fare una frittata o, in mancanza di più uova, almeno un uovo sodo?
      Sarà possibile, dopo la rappresentazione teatrale della favola di Ignazio Apolloni, fare la doccia? Ma voi lo sapete che, come fattura l’Enel, se accendi un po’ di più lo scaldabagno e superi metti 400 già a 401 ti triplicano la bolletta?
      Per fortuna questa domanda troverà una risposta:
      a) in una rappresentazione fatta a Firenze con un violino o un clarinetto, un coccodè, e Giusto Sucato con Gigi Borruso, e poi venne fuori a fare il coccodè un certo Pietro Manzella che anche Ignazio si chiedeva: “Ma chi cazzo è ‘sto Pietromanzella?”
      b) in un’altra rappresentazione fatta a Palermo, dove cioè più in basso non si può, prenderemo per una sera in affitto l’Agricantus, si metterà da canto tutto il resto(e allora perché si voleva andare a Gibellina?)
      c) nella comicità tutta e sola del Manzella(l’egg-jongleur): e allora lo si sapeva che faceva ridere, suonano alla porta e nessuno va ad aprire
      d) nel libro appena uscito di cui abbiamo detto sopra di cui qui diamo gli estremi:Ignazio Apolloni, STORIA DELL’UOVO D’ORO,Illustrazioni di Roberto Zito. Grafiche di Pietro Cerami, edizioni arianna, Palermo 2011.

  19. mariza d'anna, giornalista a trapani

    Tutto giusto e tutto errato sull’utopia Gibellina: la verità per ognuno ha una faccia e per Merlo ha quella dell’accusa, del livore e dell’originalità a tutti i costi.
    Ma oltre al dovere professionale di un giornalista di conoscere i fatti di cui scrive (e Merlo non li conosce, ma dovrebbe sapere quali danni possono fare settanta righe con un richiamo in prima), oltre al dovere morale di essere onesti, non mi pare si tenga conto della sola verità inconfutabile: che una persona (Corrao) è stata uccisa barbaramente e che da questo tripudio di pensieri in libertà non potrà più neanche difendersi.

  20. Roberto Puglisi

    Dobbiamo pregare per Saiful Islam? Non lo so. Certo, ci interroghiamo davanti al gesto tragico di un giovane uomo, tragico per sé e per un altro uomo. Ma forse è rischiosa la riduzione del delitto a simbolo a prova sociologica di un disagio. Anche perché sappiamo pochissimo della genesi di quelle coltellate. Capisco la tentazione interpretativa, il cuore della questione. E Merlo fa bene a individuare il punto, invero negato da molti. Il legame tra il vecchio e il giovane. Tuttavia, è un cammino di cui conosciamo poco, troppo poco per attribuire all’assassino un quarto di maschera di vittima. E quello che presumiamo, con innocenza o morbo dello spioncino aperto, deriva da un pregiudizio, che scaturisce a sua volta da una qualifica: Ludovico Corrao intellettuale di sinistra. Se non fosse così, non chiederemmo – dopo la morte – conto della sua vita, con tanta puntualità. Se fosse morto un vecchio pensionato del nulla, avremmo più misericordia. La mia opinione – temo – è assai banale. I morti sono morti. Gli assassini sono assassini. I primi riposino in pace. I secondi scontino la pena. Troppo scandalosamente normale?

  21. Leonardo

    Caro Francesco, ricordo che nell’estate del 1994 sei venuto a Gibelina e ti sei fermato alcuni giorni per documentarti su questa nuova città. Ne é venuto fuori quel reportage sul Crriere del 14 agosto del 1994 che ho cnservato e ho qua davanti. A parte il valore letterario del reportage, ho aprezzato l’acuteza delle osservazioni, fuori dal coro degli adulatori di Corrao e della ricostruzione.
    La situazione di Giberlina non é mutata successivamente. Gian Antonio Stella venne pure a Gibellina quattro anni dopo, e pubblicò sul Corriere il suo reportage il 12 gennaio 1998. Nella sostanza ha ribadito i tuoi conceti su dati di quattro anni più recenti. Ti posso assicurare che la situazione non é cambiata finora, se non in peggio. Gli anni successivi anno confermato, se pure allora potevano esserci dubbi, che la ricostruzione della nuova città voluta da Corrao non ha corrisposto alle speranze. L’utopia, di cui tanto Corrao si é sciacquato la bocca, é rimasta utopia (letteralmente : isola che non c’é). Dalle confuse dichiarazioni di Corrao – nei suoi discorsi, nei suoi scritti, nel libro intervista “Il sogno mediterraneo” di Baldo Carollo – si evince il suo progetto di legare la ricostruzione della nuova città, dopo il terremoto del 1968, alla cultura e allo spettacolo, alla poesia e all’arte. Queste cose avrebbero dovuto trainare lo sviluppo socio – economico della nuova città. Se pure molti ci hanno fino a un certo punto creduto, ora solo gli eterni illusi, o gli illui interessati, possono valutare positivamente l’azione di Corrao. Alcune opere fondamentali nel suo programma sono rimaste incomplete, vedi il centro polifunzionale, il Cretto di Burri. Altre opere di minore grandiosità, ma pure rilevanti, vedi il Meeting di Consagra, il Palazzo di Lorenzo di Francesco Venezia, appaiono in stato di degrado. La cura di quello che ci sta attorno accresce la delusione. Monumenti e fontane e opere minori sono la rappresentazione plastica dell’abbandono. Sulle strade della nuova città, disseminate di presunte opere d’arte, non sono dipinte nemmeno le strisce pedonali (sono stato a Gibelina meno di un mese fa).
    L’impianto forzato dell’arte é stato improduttivo. Le torme di turisti che sarebbero dovute arrivare, portando richezza e inducendo lavoro, non si sono viste. Due pretenziosi alberghi sono in costruzione da decenni, ma non vengono mai ultimati.
    I giovani appena possono scappano via. A Milano, a Torino , a Verona pure per fare i bideli o i manovali o i piccoli impenditori, sottraendosi a questa vita locale di lassismo, di retorica, di false illusioni , di tempo perso. La popolazione di Gibelina scende ogni anno. Da oltre 6.000 abitanti che erano sono diventati meno di 5.000.
    Dal funerale di Corrao, avvenuto giovedì della settimana scorsa, me ne sono tornato sconsolato e irritato. Il vescovo nell’omelia é stato equanime. Sull’assassinio – Corrao é stato scannato dal suo giovane badante per motivi ancora da chiarire – il vescovo, Mons. Mogavero, ha parlato di perdono ed ha elogiato la personalità del defunto, ma non ha dato giudizi defnitivi sulla positività del suo progetto. Invece, le orazioni che ho sentito dopo il “missa est” hanno hanno raggiunto vertici di retorica e falsità. Il morto é stato messo al livello di Cristo in croce.
    Ci vuole che qualcuno esca dal coro delle pecore belanti, e dica le cose come stanno. Grazie, Francesco, di averne avuto il coraggio.

  22. enzo fiammetta

    Ma com’è possibile che un giornale tra i pochi degni di tale nome in Italia , dia spazio in prima pagina ad un simile articolo?

    Gibellina è stata opera di sciacallaggio mediatico dopo il terremoto dell’Aquila, tutti sono scesi in Sicilia per dimostrare forzatamente il fallimento della ricostruzione e aprire il varco alle New town di Berlusconi.

    Ma la ricostruzione per chi visita la cittadina del Belice non è stata un fallimento, anzi uno dei luoghi dove i linguaggi contemporanei , tutti, hanno avuto modo di sperimentare e prefigurare direzioni nuove , la ricerca di una identità contemporanea e i possibili fallimenti sono solo di chi persegue nuove strade.

    Artisti, intellettuali da tutta Europa e dal mondo cito tra i tanti Cage, Beuys, Burri, Long, hanno amato questo luogo perchè in esso le direzioni non erano tracciate e si perseguivano nuove strade. La gente ha amato Corrao , e i cittadini non sono rimasti fuori da tutto questo. Tutta la città era ai suoi funerali, piangendolo.

    Ma la cosa più grave di tutto questo, al di la di parecchie inesattezze. L’articolo di Merlo tralascia le lotte per la ricostruzione della gente del Belice guidata da Corrao, le marce con Danilo Dolci, i comuni appelli con Sciasca, Einaudi, Zavoli, Zavattini, Guttuso, le sue lotte per e con Franca Viola , che ai funerali affermava che nulla di quello che lei ha fatto sarebbe stato possibile senza Corrao. Corrao parte civile contro la banda Giuliano, ecc

    MERLO AFFERMA fondamentalmente CHE : LA SICILIA DEVE STARE FUORI DALLA SUA STORIA , NON E’ CAPACE DI CONSERVARE NULLA DALLA VENERE IN POI E QUESTA E’ MEGLIO RITORNI IN AMERICA , LA SICILIA DEVE STARE NELLA SUA POSIZIONE DI MARGINALITA’ NON DEVE PARTECIPARE A NESSUN PROCESSO E PROGRESSO SOCIALE, DIMENTICANDO LE LOTTE CONTADINE I FASCI SICILIANI, IL COMITATO DEI LENZUOLI, i cinquanta sindacalisti uccisi dalla mafia in Sicilia, i preti da Pino Puglisi a mons Caronia di Gibellina, FALCONE, BORSELLINO, I RAGAZZI DI ADDIO PIZZO E QUANTI HANNO PERSO LA VITA DA SICILIANI PER LA SICILIA. e quanti lottano OGGI PER UN MONDO PIù GIUSTO. QUESTO MI FA INDIGNARE! ED E’ QUESTO CHE LUDOVICO HA FATTO NEGLI ULTIMI ANNI CON TUTTI I POSSIBILI ERRORI , RIDARE DIGNITA’ AL RUOLO DELLA SICILIA E ALLA STORIA DEI SICILIANI E QUESTO IL VOSTRO GIORNALE NON PUO’ NASCONDERLO, ALTRIMENTI NIENTE HA PIU’ VALORE E SENSO, VOI E NOI FAGOCITATI DA QUESTA SDEGNOSA MELASSA CHE COPRE L’ITALIA

  23. Salvatore D'Agostino

    Francesco Merlo e Leoluca Orlando,
    ma quale intelligenza e indignazione, l’articolo e il commento restano (citando Perniola) considerazioni ‘da incazzati sul divano’.
    Pur apprezzando alcuni scritti di Francesco Merlo in questo articolo dietrologico e da turista, non ritrovo nessuna profondità analitica.
    I siciliani indaffarati altrove, spesso, sono i peggiori osservatori.
    La Sicilia soffre di una profonda malattia che non può essere curata con l’acutezza delle parole e la comoda indignazione ‘virtuale’.
    Qui servono azioni intelligenti e caparbie da vivere in prima persona non comodi viaggi di prima classe.

    Ready-made Gibellina

    Il paese Sicilia es. Comiso

    Saluti,
    Salvatore D’Agostino

  24. Maria

    Sono indignata di come sia stato descritto il ritorno della Venere ad Aidone : sottolineare la sdentatura delle facce degli aidonesi e la processiona alla Bocca di rosa è veramente inopportuno e non riesce a cogliere la speranza di una comunità nella possibilità di cambiare una realtà economica disastrosa grazie ad un bene culturale di tale importanza .
    E’ vero che l’arte deve poter essere fruita da molti turisti e che tale obiettivo poteva essere conseguito esponendo la Venere a Roma, però ritengo che i beni archeologici e culturali in genere, appartengano al territorio di ritrovamento. La bellezza dell’Italia deriva dall’esistenza di tanti piccoli paesi ricchi di testimonianze storiche e non nella concentrazione di beni culturali in pochi centri.
    Manca però la capacità della classe pollitica ( penso in particolare a quella regionale) di fornire infrastrutture fondamentali come le strade che permettano di raggiungere facilmente il Museo di Aidone , di valorizzare il territorio inserendo il paese in circuiti turistici attraverso un’adeguata promozione turistica. Per gli Aidonesi il ritorno della Venere rappresenta l’orgoglio della propria origine storica e la speranza che i flussi turistici mettano in moto l’economia locale attualmente depressa e che portino ad un aumento dell’occupazione.
    Maria

  25. baldo carollo

    Ha una triste onestà il bell’articolo polemico di Francesco Merlo di domenica dal titolo “Ma l’utopia di Gibellina è un disastro spettrale”: quella di confessarne il prius, il litigio personale con Ludovico Corrao.
    Triste perché in genere la morte – che è eterna – lava il risentimento personale, le nostre fatuità.
    Invece Merlo di fronte a un corpo di un vecchietto di 84 anni appena martoriato dalle coltellate di un assassino che si è scatenato con efferatezza inaudita sente il bisogno di pregare per il carnefice (anche noi lo sentiamo e lo raccogliamo) ma non per la vittima; alla vittima a terra invece sente il bisogno di infliggere un surplus di coltellate.
    Passi pure, poco importa, l’opinione tutta negativa sulla ricostruzione di Gibellina, sulle opere d’arte dei maestri del novecento Burri, Consagra, Pomodoro, Venezia, Samonà, Cascella, Mendini, Melotti, Purini etc, che vollero, quasi sempre gratuitamente, lasciare un segno d’amore e di speranza, quello delicato della bellezza, a una popolazione anch’essa assassinata (come Corrao da Saiful Islam) dal terremoto del sessantotto.
    Disinvoltamente Merlo considera quelle opere, di cui parla il mondo dell’arte, “cacche d’artista per mosche fameliche”. Boh.
    Ognuno ha il suo gusto artistico. De gustibus non disputandum.
    Di cattivo gusto senz’altro è invece la diffamazione dell’uomo appena assassinato.
    Surrettiziamente si insinua l’infamia (pedofilia?) parlando del pulviscolo sociale di un nuovo sottoproletariato quello dei “badanti sessuali” (!), e dicendo falsamente che Saiful Islam lavorasse per Corrao dall’età di dodici anni (in realtà solo da due anni); si inventa che fosse considerato un “bastone da passeggio” come un trofeo esotico di un dandy; altre “brillanti” amenità dello stesso tenore.
    Chi sa le cose conosce la verità: Corrao era ridotto talmente male per gli acciacchi e le malattie da avere sempre bisogno di un badante per deambulare, per lavarsi, vestirsi, svestirsi, mangiare, fare le pulizie, per le medicine e l’assistenza nei continui ricoveri. Era pelle e ossa. Chiedete se non è vero.
    Ma quanto più deperiva tanto più diveniva magnetico, raggiava essenza, conquistava.
    Che si possa avere un’idea tutta negativa di Corrao, della ricostruzione di Gibellina, delle Orestiadi, del Museo delle trame mediterranee (geniale museo della fratellanza mediterranea) non stupisce.
    Molti coprofili si nutrono, devo convenire, delle cacche d’artista; e i coprofili più raffinati se ne nutrono in un modo tutto particolare: attaccandole. Ma le cacche restano pur sempre il primo motore immobile. Molti si sono nutriti, si nutrono e si nutriranno della polemica su Gibellina, e Corrao ne ha sempre vantaggio: è in fondo in un modo o nell’altro un tributo a quello che Sgarbi, forse con troppa enfasi, ha definito “l’ultimo principe del rinascimento”.
    Chi sa le cose sono i gibellinesi – chi se non loro? – che hanno voluto Corrao come sindaco e padre rifondatore della loro rinascita per 25 anni; che al funerale hanno accompagnato il feretro in spalla piangendo (la città intera).
    Merlo liquida poi la stagione dell’Unione siciliana cristiano sociali che vide in Corrao e Milazzo i protagonisti assoluti di un rivolgimento sociale e federale che portò la Dc all’opposizione in Sicilia, nel suo feudo, come “…l’intrallazzo del milazzismo che giustamente per Sciascia fu un orrore di immoralità. Pensate: il peggio della Dc di allora insieme con il Msi e il Pci. Veri fascisti mussoliniani e veri comunisti stalinisti…”.
    Questo giudizio mi pare, perdonate, ingiusto.
    Eravamo nel 1958 la Sicilia era nella morsa del feudo, dell’immobilismo, dello strapotere della mafia e del blocco coriaceo della conservazione, per non dire della più retriva reazione. La riforma agraria di Gullo era stata fatta abortire, i monopoli del nord costringevano la Sicilia nella sudditanza e nell’indigenza del sottosviluppo, gli echi delle mitragliatrici della prima strage di Stato, quella di Portella della Ginestra, si erano appena sopiti. Corrao riuscì, nel nome degli interessi più alti della Sicilia e dell’applicazione del suo Statuto autonomistico, a coagulare attorno a sé e a Silvio Milazzo le forze politiche – o meglio gli spezzoni di esse, perché i partiti furono spaccati come da un sisma (ancora un terremoto) – che volevano uscire dall’ascarismo più prono per avviare un’impetuosa stagione di riforme.
    Il milazzismo fu una stagione complessa e controversa che durò in tutto meno di due anni e che finì ingloriosamente in un tranello: una brutta corruzione o meglio una ancor più brutta istigazione alla corruzione. Tale fu il Caso Corrao-Santalco. Ma questi due anni determinarono e anticiparono profeticamente molte cose: l’abolizione del dogma dell’unità dei cattolici in un solo partito, l’autonomismo e il federalismo al centro della politica, il superamento degli steccati ideologici tra i partiti. La Confindustria siciliana guidata da La Cavera strappò con quella nazionale, nacque il sogno dello sviluppo industriale. Venne in Sicilia Mattei ed elaborò il progetto del metanodotto che doveva collegare l’Algeria alla Sicilia…
    Corrao volò a Mosca ricevuto con gli onori di un capo di stato da Krusciov: fu il preambolo dell’incontro tra il leader sovietico e Papa Giovanni XXIII, un passo rilevante nel disgelo della guerra fredda e nella destalinizzazione.
    Furono meno di due anni che però generarono e continuano a generare innumerevoli tomi di storiografia.
    Sì, per Sciascia quell’operazione fu sbagliata, ma non fu “un orrore di immoralità”. Se l’avesse giudicato un orrore di immoralità non sarebbe di certo stato a Gibellina accanto a Corrao che gli conferì la cittadinanza onoraria. In quell’occasione Sciascia fece un discorso memorabile e paragonò Ludovico Corrao all’erba che cresce nelle crepe del cretto di Gibellina. Disse che quell’erba non era “erbaccia” ma il simbolo commovente della vita che risorge sempre e comunque. Disse di continuare per quella strada.
    Corrao fu un “intellettuale disorganico”, un cristiano inviso alla Dc e alla chiesa che scomunicò ufficialmente i Cristiano-sociali e un indipendente di sinistra che non prese mai la tessera di partito. Ma accanto a lui ci furono Carlo Levi, Danilo Dolci, Ignazio Buttitta, tanti altri.
    Quanto poi a definire Macaluso e compagni “veri comunisti stalinisti”, beh, anche i bambini sanno che Macaluso, insieme con il Presidente Napolitano, rappresentò nel Pci l’ala più antistalinista, quella liberale, anti ideologica e riformista. E non a caso il presidente Napolitano onorò Ludovico Corrao recentissimamente di una visita allo stesso tempo ufficiale e di affettuosa amicizia, riconoscendone la grandezza.
    Ho avuto l’onore di essere amico di Ludovico Corrao e di raccoglierne il percorso umano, politico ed artistico in un libro che rimane come un testamento. Il libro edito da Ernesto Di Lorenzo ha un titolo-manifesto: Il sogno mediterraneo. Nella copertina campeggia un dipinto di Schifano, un pezzo unico che fece esclusivamente per lui.
    E’ uscito un anno fa. Chi vuole saperne di più può leggerlo.
    Merlo, un giornalista che rispetto e che ammiro, sostiene che a Gibellina l’arte ha finito con l’esaltare la marginalità della popolazione. Ma la funzione dell’arte non è proprio quella di farci sentire marginali di fronte al sublime? La stessa funzione ha in qualche modo la furia del terremoto che ci fa sentire marginali rispetto alla forza, al mistero dell’infinito. E non a caso all’ingresso di Gibellina si legge: Comune edificato in una pausa sismica.
    A differenza delle proprie cacche, le cacche d’artista non bisogna sottovalutarle. In genere fanno molta strada. Manzoni le imbottigliò e finirono nei musei; un “orinatoio” di Duchamp divenne ancora più celebre.
    Qualcuno nel sessantotto voleva che i gibellinesi si dissolvessero in una diaspora di emigrazioni nel mondo. Ludovico Corrao invece ha lottato per dare loro e a tutti i siciliani non solo le case ma anche la bellezza.

  26. Mara Turchi

    Caro Merlo, auguri! Sei stato, con quest’articolo, il cucchiaio che ha mosso e commosso lo sfondo del Bel Paese. Si sa che il cucchiaio ha la particolarità di smuovere lo zucchero ed anche, i rifiuti invevibili, che di solito rimangono nascosti e lontani dalla superficie educata, democrataliberale e civilizzata. Sempre alla diffesa perbene, ma spesso così teorica ed inutile come si vede poi nei fatti quotidiani che permettono tante sciocche vicende. Se tutta quella roba stupenda, etica e civica, colta e raffinata che si straccia le vesti per le tue parole, con un tale senso morale, ci si fosse davvero, nessun Corrao potrebbe aver abusato impunemente da anni di nessun ragazzino d’importazione. E molto meno essere stato un pater patriae. Credo come te, che quella Venere non meritava un Corrao e la memoria del tale tizio, nemmeno meritava quella Venere. Si sprezzano mutuamente, si rifiutano per pura estetica. È per quello che l’etica naturale della cornice fisica, sembra di fare capolino prima di svanire. Povera Venere, ha sofferto un vero trauma dal trapianto, cioè passare da Los Angeles all’avicinanza di quella piccola e ruvida succursale di un’inferno nascosto tra eccentricità e disumana svergogna. Meglio il ritorno.

  27. Medale

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  28. Renato

    Corrao ha fallito miseramente. Gibellina è davvero un luogo spettrale da cui tutti fuggono. Alla fine fuggiranno anche i pochi adepti del senatore. Un luogo senza vita. Un luogo di morte.

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